TRAPIANTO RENE DI MAIALE?/ Nessun problema, basta non toccare il passaporto dell’uomo

- Carlo Bellieni

Eseguito trapianto di rene da un maiale su donna mantenuta in vita vegetale. Un buon progresso per la medicina. Perché il limite invalicabile è non alterare il Dna

salerno
(Pixabay)

Non è la prima e non sarà l’ultima volta che si usano parti di animali per salvare l’uomo. Il fatto di aver eseguito un trapianto di rene da un maiale geneticamente modificato in modo da prevenire il rigetto dell’organo non dice nulla dal punto di vista etico, come è accaduto alla New York University, semmai è un buon progresso per la medicina.

Già usavamo valvole del cuore di maiali per impiantarle nelle persone malate e nei neonati prematuri si insuffla nei polmoni la sostanza chiamata surfattante per mantenerglieli aperti, e il surfattante è di solito di provenienza anche esso dal maiale. Insomma, stupisce che qualcuno si stupisca o si preoccupi. Che poi arrivino a preoccuparsi, come abbiamo letto in qualche giornale, che si usino parti di un animale di solito destinato ad altro uso, oppure che l’animale suddetto sia socievole ed evoluto e quindi non sia da adoperare come fonte di organi, ci lascia a bocca aperta: se è lecito uccidere il maiale per mangiarlo, perché non lo dovrebbe essere per salvare altrimenti delle vite umane?

Quello che ci preoccupa davvero, invece, è la grave carenza di organi da trapiantare per mancanza di donatori, cioè per la mancanza di disposizioni di donazioni di organi. E ci preoccupa il continuo calo di donazioni di sangue per chi ne ha bisogno, in particolare il calo si ravvisa tra i giovani, evidentemente o sfiduciati dalla medicina degli adulti, o resi così svogliati o insensibili ad un gesto importantissimo.

Quindi, mentre il maiale continua a fare il maiale, l’uomo diventa sempre un po’ meno uomo. Occorre certo un maggiore rispetto per gli animali, e vedere certi allevamenti non solo fa piangere il cuore, ma fa dubitare della supervisione di chi dovrebbe controllare, della sensibilità umana di certi allevatori e anche della deriva che prende quello che finisce sulla nostra tavola. Ma questo non significa che, tranne chi sceglie liberamente di non cibarsene, non ci si debba nutrire di carne di altre specie animali, come fanno tutti gli animali sulla terra e sotto le acque. Quindi non vediamo problemi in trapianti da animale a uomo. Ma che l’uomo diventi meno sensibile ai bisogni altrui – e di questo è segnale il calo di donazioni di sangue – inquieta, preoccupa e allarma tantissimo.

Che poi la donna sia stata mantenuta in vita vegetale per due giorni per verificare se il trapianto funzionerebbe in futuro su soggetti bisognosi, non ci sembra un problema serio: nessuno ha sofferto, e difficilmente la donna avrebbe scelto di non lasciarlo fare se richiesta e avute le assicurazioni sulla breve durata e la mancanza di sofferenza.

Quello che può destare dubbi per il futuro sono scenari in cui la persona possa ricevere delle alterazioni da trapianti o impieghi di animali per la sua salute. Ad esempio, se si sostituisse parte del cervello umano con parte del cervello animale, o se si volesse sviluppare una gravidanza nel ventre di un animale, o se si creassero geneticamente delle chimere, cioè alterare il Dna umano col Dna animale, qui vedremmo dei rischi.

Il male qui sarebbe che non si conoscono le conseguenze che il soggetto ne potrebbe avere; se il passaporto di ognuno di noi si chiama Dna, alterarlo è alterare l’identità e questo solo una persona non lungimirante potrebbe accettarlo con tranquillità.

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