TURISMO, TRA SVENDITE E DEFAULT/ I veri rischi dopo le scelte su ristori e Recovery

- Alberto Beggiolini

La stagione delle vacanze invernali è ormai compromessa e i ristori arrivano scarsi e lenti. Sull’arco alpino chiuso per forza il 70% degli alberghi

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(Pixabay)

L’ultimo allarme è arrivato dall’Oms: “C’è un alto rischio di una nuova ondata di coronavirus all’inizio del 2021 in Europa”. Ansia e incertezze sotto l’albero, insomma, tanto che parlare di turismo, oggi, programmare una vacanza, un viaggio o anche la classica settimana bianca, è un gioco d’azzardo che pochi sembrano affrontare. La stagione invernale è quasi definitivamente compromessa, se non completamente persa, con gli impianti di risalita inattivi almeno fino a post Epifania, e poi chissà, probabilmente soggetti ad uno stop&go legato non ai metri di innevamento ma all’indice Rt, e con gli alberghi chiusi di conseguenza. La prospettiva di gennaio per l’hotellerie in quota è dunque quella di un’operatività a singhiozzo, almeno per gli hotel a gestione familiare, perché quelli più grandi, di catene o inseriti in gruppi, ben difficilmente potranno sopportare aperture incerte, in un quadro generale che in più registra anche la saturazione degli ospedali, affollati da pazienti Covid e di fatto senza la possibilità di trattare le inevitabili traumatologie stagionali. «Sarebbe stato meglio chiudere gli alberghi per legge – ha recentemente commentato Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi -. Ma a quel punto sarebbe stato necessario dare alle strutture dei soldi, che di fatto non ci sono. A questo punto gli alberghi è facile che scelgano di chiudere e mettere il personale in cassa integrazione».

I soldi qui non ci sono, ma sono proprio i soldi a fare la differenza, anche nella gestione della crisi Covid. Si discute adesso sulle nuove strette di Natale, necessarie per evitare il dilagare dei contagi. E si guarda alla Germania, che ha varato un nuovo lockdown dal 16 dicembre al 10 gennaio, con la totale sintonia tra Bundestag e Lander. La differenza però è che in Germania i “ristori” per chi è costretto a sospendere l’attività arrivano nel giro di due o tre giorni, e sono calcolati sul 70-80% del fatturato. In Italia i risarcimenti (largamente insufficienti, spesso ridicoli) arrivano con estrema lentezza e sono basati sui codici Ateco delle attività, non sui fatturati, di fatto polverizzando le risorse in una pioggerellina dispersiva, nella sequela dei bonus, nei crediti d’imposta, perfino nelle lotterie degli scontrini.

L’industria del turismo, in tutto ciò, è il fanalino di coda: le prime bozze del Pnrr, il piano nazionale di ripresa e resilienza, che dovrà distribuire le risorse del Recovery Fund (che per l’Italia consiste in 196 miliardi), per il comparto turismo (che vale il 13% del pil) prevede 3,1 miliardi, circa l’1,6% del totale (la Germania ne prevede 35). Gli allarmi si sprecano. L’ultimo è arrivato da Fiavet, la federazione italiana delle imprese viaggi, che ha sottolineato la gravità della situazione: nel 2020 si contano in Italia 57 milioni di turisti in meno con una perdita di 71 miliardi di euro. In soldoni, significa che il 13-14% di pil prodotto dal turismo in Italia scenderà al 7,2%. Quali ristori potranno mai compensare una simile débacle, quali saranno i possibili rammendi su un tessuto d’impresa così sfibrato?

Solo per fare un esempio sulla situazione montagna-neve, in Trentino le imprese turistiche della filiera turismo (ricettività, pubblici esercizi, agenzie di viaggio, strutture di divertimento) sono 3.109, con una media mensile di 21.123 dipendenti. Nel dicembre 2019 erano attivi 1.043 alberghi e il turismo dava lavoro a 24.476 persone. Attualmente il Covid ha chiuso il 70% degli alberghi, oltre 700 strutture. La situazione non cambia lungo tutto l’arco alpino. Così, dopo le perdite subite da marzo a settembre (per le chiusure della primavera e di giugno e le incertezze sulle successive riaperture), la stagione invernale cancellata potrebbe portare molti operatori al default e le loro strutture sul mercato, nei listini viziati da queste contingenze, dove speculatori, fondi stranieri o investitori borderline stanno acquistando in saldo. Si invocano attenzioni e controlli, si spera in maggiori risorse per l’intero comparto, sempre definito il vero motore dell’appeal italiano nel mondo, ma nessuno finora sta dimostrando la sufficiente volontà per tenerlo in vita.

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