UE E POLITICA/ Italia, la difesa da falchi e austerità dopo il “rimbalzo”

- int. Massimo D'Antoni

Per l’Italia tornare alle regole del Patto di stabilità e crescita, perdendo anche il supporto della Bce, sarebbe un durissimo colpo dopo il rimbalzo economico

Lagarde e Draghi
Mario Draghi e Christine Lagarde (LaPresse)

La variante Delta, come ha detto il Segretario al Tesoro Usa Janet Yellen, potrebbe minacciare la ripresa globale. Per l’Europa significherebbe dover rivedere le previsioni di crescita diffuse la settimana scorsa dalla Commissione europea e improntante a un certo ottimismo. Come ricorda Massimo D’Antoni, Professore di Scienza delle finanze all’Università di Siena, «nelle Summer Economic Forecast, c’è per l’intera Ue un’ulteriore correzione al rialzo rispetto ai valori indicati nelle previsioni di primavera di maggio, che a loro volta indicavano un quadro più positivo rispetto alla precedente stima di febbraio.

Si prevede una ripresa più forte nel 2021. Occorre chiarire che un valore del 4,8%, ben superiore ai valori medi di crescita annua pre-Covid, si giustifica in quanto si tratta di un “rimbalzo” rispetto al -6,5% del 2020. È del tutto fisiologico che dopo una caduta del genere la ripresa sia particolarmente rapida, così come è fisiologico che essa rallenti nei prossimi anni».

Come commenta le stime riguardanti l’Italia, per le quali la revisione al rialzo dalla primavera all’estate è stata dello 0,8%?

Per l’Italia, la caduta è stata superiore alla media europea: -8,9% nel 2020. Non dovrebbe dunque stupire che il rimbalzo sia più pronunciato nel nostro Paese (si parla di un +5%). Teniamo conto che in Spagna, a fronte del -10,8% del 2020, avranno un +6,2 nel 2021. In Francia ci sarà un +6% a fronte del -7,9% nel 2020. Posso capire che, abituati da molti anni a essere il fanalino di coda nei dati sulla crescita, i numeri per l’Italia giustifichino una certa soddisfazione. Il dato va però guardato nel complesso, e nell’arco del triennio 2020-22 saremo ancora una volta l’economia che cresce di meno: +0,3%. Significa che a fine 2022 saremo solo marginalmente al di sopra del livello di fine 2019. La Spagna, sarà a +1,7%, la Francia a +2,1%, la Germania a +3,4%, l’eurozona nel suo insieme a +2,8%.

Gentiloni ha ricordato che “tutte le economie della Ue raggiungeranno o supereranno i loro livelli pre-pandemia al più tardi entro il terzo trimestre 2022, e molti già alla fine di quest’anno”. Vuol dire che si avvicina il ritorno alla “normalità” per politiche fiscali e monetarie europee?

Se si riferisce al ritorno delle regole del Patto di stabilità e crescita, lo darei per scontato. La clausola di esclusione continuerà a valere per il 2022, ma nessuno crede che possa protrarsi oltre. La domanda è se nel frattempo si riuscirà o meno a rivedere le regole, in particolare quella sulla velocità di rientro dalle situazioni di debito elevato, in direzione di una minore rigidità. Rispettare la cosiddetta “regola del debito”, che per noi comporta una riduzione del rapporto debito/Pil del 5% all’anno, comporterebbe un ritorno a pesanti politiche di austerità. L’auspicio è dunque che la nuova normalità sia diversa da quella vecchia. Sappiamo dai segnali che arrivano dai soliti “falchi” che il confronto su questo punto non sarà facile.

Come può l’Italia affrontare il problema dell’alto livello di debito pubblico che è aumentato nell’ultimo anno e mezzo?

Ormai mi pare lo abbia detto anche Draghi: dal debito elevato si esce con la crescita. Anche se ha voluto accanto a sé come consigliere il professor Giavazzi, uno dei teorici dell’austerità espansiva, ho l’impressione che il presidente del Consiglio non creda a questa bizzarra tesi per cui l’austerità fiscale sarebbe una ricetta per la crescita. Ciò che mi fa ben sperare è che ormai sono in tanti a riconoscere il ruolo fondamentale delle politiche di domanda e quindi l’importanza di rilanciare ad esempio gli investimenti pubblici. L’altro ingrediente fondamentale sono i bassi tassi di interesse, che dipendono in primis dalla politica monetaria.

A questo riguardo, la Bce ha cambiato il suo target inflazionistico. Questo è un vantaggio o meno per un Paese come l’Italia che dipende molto in questa fase dagli acquisti di titoli di stato da parte dell’Eurotower?

Nella vecchia formulazione, la Bce doveva puntare a un’inflazione vicina al 2% ma inferiore a tale valore, indicato come limite massimo non superabile. Ora si punterà al 2% in modo simmetrico, cioè prevedendo la possibilità di scostamenti temporanei anche in eccesso. In questo la Bce ha ufficializzato un cambio di orientamento che era già realtà nell’ultima fase della presidenza Draghi. La politica monetaria europea resta comunque molto più prudente di quella americana, che, dando priorità alla crescita, sembra aver messo in conto la possibilità di tassi di inflazione superiori. Come giustamente osservava, per un Paese con elevato debito pubblico come l’Italia una politica monetaria più accomodante, che tolleri un aumento dell’inflazione, è sempre una buona notizia.

Nelle previsioni economiche rientrano anche stime inflazionistiche, che non sembrano essere allarmanti. Dobbiamo comunque temere una fiammata inflattiva che può arrivare dagli Usa?

A meno che non derivi da aumenti dei prezzi delle materie prime, un aumento significativo dell’inflazione richiederebbe un surriscaldamento dell’economia, un aumento della domanda in grado di spingere l’economia fino alla piena occupazione. Nonostante le buone previsioni di crescita, non mi sembra uno scenario molto plausibile in Europa nel prossimo futuro. Nelle previsioni dell’Ue da cui siamo partiti si parla di un’inflazione dei prezzi al consumo nell’eurozona stabilmente inferiori al 2% sia per il 2021 che per il 2022.

(Lorenzo Torrisi)

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