UK, CAOS A WESTMINSTER/ Tutte le mine innescate dalle dimissioni di Boris Johnson

- Carl Larky

Boris Johnson si è dimesso. La transizione è il primo nodo da sciogliere: conservatori e laburisti non sono d'accordo sul da farsi

Boris Johnson Boris Johnson (LaPresse)

Alla fine “BoJo” si è dimesso, dopo una decisa resistenza dovuta non solo al suo carattere, diciamo così, poco conciliante. All’inizio dello scorso giugno il gruppo parlamentare del Partito Conservatore aveva respinto una mozione di sfiducia nei suoi confronti, il che dava a Boris Johnson una certa tranquillità. Infatti, il regolamento del gruppo parlamentare consente una nuova mozione di sfiducia solo dopo dodici mesi dalla precedente votazione. A questo punto, tuttavia, la sfiducia si è spostata all’interno dello stesso apparato di Governo, con più di 50 dimissioni.

La motivazione principale è il fiorire di scandali attorno alla persona del premier, dal party durante il lockdown alla copertura a Chris Pincher, vicecapogruppo dei Conservatori, accusato di molestie sessuali. E soprattutto il fatto che in entrambe le occasioni Johnson ha fatto affermazioni false, che ha poi dovuto ritirare. Nel primo caso è stato multato dalla polizia (immaginate una situazione simile in Italia), nel secondo ha dovuto “inventare” una dimenticanza su informazioni ricevute. I membri del Governo si sono trovati a doverlo coprire, ma come detto dal primo dimissionario, il ministro della Salute Sajid Javid: “Il troppo è troppo”.

Malgrado l’inevitabile crollo della fiducia nei suoi confronti, Johnson ha tentato di resistere, offrendo le sue dimissioni da leader del partito, ma non è bastato e ha dovuto presentare le proprie dimissioni da primo ministro. Peraltro, ha sottolineato che le dimissioni non hanno esito immediato, ma diventeranno esecutive alla nomina del suo successore da parte del Partito Conservatore, quindi non prima del prossimo ottobre.

Qui si apre un problema serio, perché non sarà facile trovare un successore, date le notevoli fratture nei Conservatori e la grave crisi economica che sta affliggendo anche il Regno Unito, a partire dall’inflazione. È quindi in discussione un nome che possa riprodurre la capacità di attrazione del Boris Johnson del 2019, ma che sappia anche elaborare per il nuovo governo una politica efficace per la soluzione dei numerosi problemi che affliggono il Paese.

Un punto critico specifico dell’Uk è la Brexit, o meglio la gestione dei rapporti con l’Ue in proposito, specialmente per quanto riguarda il problema dell’Irlanda del Nord. Inoltre, l’attuale crisi potrebbe indurre il governo scozzese a proporre un nuovo referendum sull’indipendenza della Scozia, possibilità che è già nell’aria. Uno degli ultimi atti di Johnson prima delle dimissioni è stato il rifiuto a una richiesta in tale direzione della premier scozzese Nicola Sturgeon.

Il Partito Laburista sembra soprattutto interessato ad evitare l’interim attribuitosi da Johnson, temendo evidentemente cosa questi potrebbe combinare da qui a ottobre. Una preoccupazione che sembra condivisa anche da una parte dei Conservatori e da qui deriva la richiesta che Johnson se ne vada subito, sostituito da un premier ad interim che possa condurre in modo ragionevole alla definitiva soluzione di Governo. Sullo sfondo rimane l’opzione, non  meno problematica per entrambi i partiti, di nuove elezioni.

Nel suo discorso di presentazione delle dimissioni, Johnson ha ringraziato i milioni di elettori che nel 2019 avevano premiato il Partito Conservatore e ha, ovviamente, sottolineato quelli che ritiene i suoi successi di governo: la Brexit, la gestione della pandemia, la produzione di vaccini inglesi. Ha poi rassicurato gli ucraini che il Regno Unito continuerà a sostenerli nella loro lotta per la libertà “per tutto il tempo necessario”.

Ha poi detto che vuole che i cittadini sappiano della sua grande tristezza nel lasciare “il migliore lavoro nel mondo, ma questa è la vita”, aggiungendo di aver cercato di convincere i membri del Gabinetto che questo non era il momento più adatto per cambiare il primo ministro. Senza però riuscirci, del che è molto dispiaciuto, ma “A Westminster, l’istinto del gregge è potente e quando il gregge si muove, si muove”. Una frase che ha acuito il malcontento tra i suoi compagni di partito.

Chiunque sia, il suo successore avrà di fronte un compito molto difficile, come sottolineato da quasi tutti i commentatori, e lo spettro di elezioni anticipate è tutt’altro che allontanato.

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