USA, CINA, TAIWAN/ La nuova, pericolosa “normalità” che gli analisti non vedono

- Andrea Pomella

Dopo la visita di Pelosi a Taiwan si va verso una nuova “normalità” ancora più rischiosa, fondata sulla fine della linea mediana dello stretto

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Esercitazione Quad nel Mare Arabico, 17 nov. 2020 (LaPresse)

La reazione di Pechino alla missione diplomatica di Nancy Pelosi a Taiwan non sembra preoccupare molto la maggioranza dei nostri analisti, che hanno giudicato l’imponente dispiegamento di forze dell’esercito cinese alla stregua di un bluff rumoroso, giudicando la superiorità di forze americane e la difficoltà di domare manu militari “l’isola ribelle” un ostacolo insormontabile per l’Esercito Popolare di Liberazione.

Inoltre, l’aver caricato di valore simbolico la riunificazione di Taiwan con la madrepatria e aver minacciato più volte di punire ogni ingerenza in quella che viene giudicata una questione interna, si sarebbe rivelato un grande errore che ha palesato tutti i limiti della politica di potenza cinese, alle prese con le conseguenze della rigidissima politica zero-Covid e con le criticità strutturali della sua economia.

Per quanto riguarda l’impatto della crisi di Taiwan per la leadership di Xi Jinping i pareri sono contrastanti. C’è chi giudica la missione diplomatica della Pelosi un assist per Xi e le sue politiche neo-imperiali e chi, invece, sostiene che l’aver mostrato debolezza nei confronti degli Usa costerà molto caro al leader cinese, che dovrà renderne conto al prossimo Congresso del Partito Comunista.

Quello che, però, sembra sfuggire ai più è che il viaggio della Pelosi ha portato le relazioni sino-americane in una nuova fase.

La fine delle manovre militari nello stretto di Taiwan – a riguardo sarà interessante capire se si prolungheranno oltre la data prestabilita – non implicherà la fine della crisi, quanto piuttosto renderà palese l’impossibilità di un ritorno allo status quo e la “normalità” consisterà in continue e durature manovre militari ad alta intensità. Una situazione che comporta un vantaggio strategico per Pechino, che ha di fatto militarizzato la “linea mediana dello stretto” – una sorta di confine non ufficiale con Taiwan – rendendo una consuetudine ciò che prima del viaggio della Pelosi avrebbe rappresentato una gravissima violazione.

Sancendo la fine della “linea mediana dello stretto”, Pechino ha potuto estendere la sua presenza militare in un’area dal grande valore strategico e ha potuto legittimare la mobilitazione permanente delle proprie forze militari, cosa che rappresenta una forma di pressione sull’opinione pubblica taiwanese e sulle forze di difesa dell’isola, poiché si trovano a fronteggiare una situazione continua di incertezza che potrebbe tramutarsi velocemente in una situazione di guerra aperta. Una condizione di svantaggio per chi deve difendersi, dovendo trovarsi in un’allerta perenne.

Inoltre, se l’esercito cinese non sembra in grado di operare una massiccia invasione, ha dimostrato di poter imporre agevolmente un blocco navale che permetterebbe di rendere l’isola inaccessibile e al contempo di spingere la popolazione ad una relativamente “pacifica” riunificazione.

Ma al netto delle considerazioni sulle vicende militari, ciò che conviene far emergere è il fatto che il viaggio della Pelosi ha precipitato Taiwan in una “crisi permanente” che non vede all’orizzonte soluzioni diplomatiche. La notizia di una ulteriore missione diplomatica a Taiwan composta da cinque rappresentanti del Congresso americano conferma che il rischio di escalation è concreto come mai e che si è innescato definitivamente il gioco delle provocazioni reciproche. Una situazione che rappresenta un banco di prova per le leadership cinese e americana che, malgrado le certezze di tanti analisti, si trovano a fare i conti con un ventaglio di variabili molto difficili da gestire che alimentano una “incertezza radicale” la quale al momento non presenta alcuna soluzione realistica al di fuori della logica dei rapporti di forza.

Nel breve periodo la guerra per il controllo del Mar Cinese Meridionale è ancora improbabile, ma siamo entrati in una fase di continue accelerazioni che ci avvicinano ogni giorno di più a un conflitto aperto e che soprattutto contribuiscono a polarizzare ulteriormente la dinamica delle relazioni internazionali. In definitiva, la “crisi permanente” che stiamo vivendo ha trovato irrevocabilmente e inequivocabilmente in Taiwan il proprio epicentro.

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