USA vs CINA/ “Biden vuole un patto delle democrazie per fermare la tecnologia cinese”

- int. Carlo Jean

Il nuovo presidente Usa Joe Biden si prepara a una politica di aperta ostilità commerciale con la Cina, partendo dall’idea di un patto tra democrazie in Europa e Asia

biden
Il presidente eletto Joe Biden. Sullo sfondo, la vicepresidente Kamala Harris (LaPresse)

Una cosa è certa: la fine dell’era Trump non porterà al disgelo nei rapporti fra Stati Uniti e Cina. Joe Biden ne ha fatto uno dei punti di forza del suo programma elettorale, ben sapendo come i cittadini americani, sia repubblicani che democratici, provino la massima ostilità nei confronti di Pechino. Biden è infatti arrivato al punto di dare del “delinquente” a Xi Jinping, definendo “genocidio” il programma cinese di detenzione e rieducazione degli uiguri nello Xinjiang. Come spiega in questa intervista il generale Carlo Jean, esperto di strategia, docente e opinionista, “la differenza sarà nel tentativo del nuovo presidente di muoversi con una serie di alleanze in Europa e con le democrazie asiatiche rispetto a quanto fatto in completa solitudine da Trump”. Le questioni in gioco sono molte: oltre ai diritti umani, al caso Hong Kong e alla temuta invasione militare di Taiwan, che contano relativamente, secondo Jean “quello che conta davvero è la supremazia tecnologica che Washington cercherà di contrastare con l’arma dell’embargo, come ai tempi della Guerra fredda con l’Unione Sovietica”.

Quale sarà la politica del nuovo presidente americano Joe Biden nei confronti della Cina?

Sicuramente, a differenza di Trump, cercherà di muoversi con l’appoggio non solo dell’Europa, ma anche delle democrazie asiatiche come il Giappone, la Corea del Sud, l’Australia e soprattutto l’India. Con quest’ultima sarà facilitato dal fatto che la sua vicepresidente è di origini indiane e gli indiani, anche a causa del recente insorgere del nazionalismo indù, sono particolarmente sensibili all’espansionismo cinese, paese nei confronti del quale detengono un forte debito. Biden per la sua storia passata avrà un atteggiamento nei confronti della Cina altrettanto duro se non più duro di quello di Trump.

Biden eredita da Trump dazi su tre quarti delle importazioni dalla Cina: quanto peserà tutto questo?

Gli Usa continuano a dominare il mercato finanziario e utilizzeranno la loro forza economica e i loro alleati per contrastare la Cina. In particolare Biden, come detto, punterà sull’India, perché può fidarsi fino a un certo punto dell’Europa e degli alleati asiatici che hanno stretto un patto di libero scambio molto limitato con la Cina. Gli accordi commerciali tra Europa da un lato, e democrazie asiatiche dall’altro e la Cina come interlocutore dipenderanno da come verranno gestiti più che da quanto scritto negli accordi stessi.

C’è poi tutto l’aspetto dei diritti umani, da Hong Kong a Taiwan, dove si teme una possibile invasione militare di Pechino.

Taiwan non verrà mai lasciata sola da Washington. Per quanto riguarda Hong Kong, il suo atteggiamento, soprattutto all’inizio quando dovrà consolidare il suo potere e dovrà farlo capire alla Cina, sarà molto più ambiguo.

In che senso?

La politica dei diritti umani è una buona cosa, ma serve più che altro alla retorica politica. Nella realpolitik che guida la politica estera serve molto poco. Basta vedere i rapporti tra Italia ed Egitto.

Vuol dire che i diritti umani non contano quando si devono fare accordi economici?

Nessuno subordina la politica estera ai diritti umani, se non per argomento di dialettica, per attaccare l’avversario, vedi anche le polemiche sull’origine del Covid. Per il resto gli Usa utilizzeranno la loro forza sia militare, che però non si può utilizzare per via delle armi nucleari, ma soprattutto economico-finanziaria per contrastare la Cina e vietarle i mercati più ricchi. Il contrasto con l’Australia è abbastanza indicativo di come l’accordo esistente, il Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep) che include le 10 economie dell’Asean insieme a Cina, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Australia, sia un accordo all’acqua di rose, nel senso che si firma l’accordo ma può ciascuno fa quel che vuole.

Nel programma Buy American di Biden, ci sono 300 miliardi di dollari per la creazione di posti di lavoro qualificati in settori come veicoli elettrici, 5G, reti mobili, intelligenza artificiale ed energie rinnovabili: forse l’ambito dove il contrasto fra i due paesi è più forte, è così?

Sicuramente l’idea di Biden è fare una lega delle democrazie che abbia in comune i vantaggi tecnologici per vietarli alla Cina, embarghi tecnologici tipo quelli nei confronti dell’Urss ai tempi del Cocom (Comitato di coordinamento per il controllo multilaterale sulle esportazioni, organismo creato nel 1949 in seno alla Nato al fine di prevenire l’esportazione verso il blocco sovietico di tecnologie avanzate ad uso militare, ndr) che imponeva embarghi tecnologici a tutte le esportazioni che venivano indirizzate verso i paesi del blocco sovietico. L’idea di Biden di un summit delle democrazie è finalizzata a questo. Nei confronti della Cina quello che varrà sarà l’embargo tecnologico. Nonostante i suoi progressi, Pechino è ancora abbastanza indietro, l’unico aspetto forte è che vanta il monopolio delle terre rare. La Cina produce oggi oltre il 95% della fornitura mondiale di terre rare, che sono indispensabili per tutte le produzioni ad alta tecnologia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA