Vaccino contro il virus di Epstein-Barr: sperimentazione in Australia/ Preverrà la mononucleosi

- Josephine Carinci

Un vaccino contro il virus di Epstein-Barr è in fase di sperimentazione in Australia: l'obiettivo è prevenire la mononucleosi e...

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In Australia i ricercatori sono a lavoro per sperimentare un vaccino che sia in grado di neutralizzare il virus responsabile della mononucleosi. Si tratta del virus di Epstein-Barr, che potrebbe ora essere prevenuto grazie a un vaccino in fase di sperimentazione. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature Communications e condotto dal Berghofer Medical Research Institute di Brisbane (Australia), diretto da Vijayendra Dasari.

Il virus di Epstein-Barr, che porta alla mononucleosi, causa febbre con interessamento dei linfonodi, ma non è quello a preoccupare gli studiosi. Il virus rimane latente nell’organismo e non viene mai del tutto eliminato e secondo recenti ricerche, potrebbe anche favorire lo sviluppo della sclerosi multipla, del linfoma di Hodgkin e di alcuni tumori del naso e della gola.

Il vaccino testato sugli animali

Come spiega Nurse Times, i ricercatori australiani hanno ideato un vaccino che ha come bersaglio i linfonodi: l’efficacia è stata testata sugli animali. Il vaccino, dopo l’iniezione, ha prodotto anticorpi potenti e cellule immunitarie EBV-specifiche, rimaste attive per almeno sette mesi dopo la vaccinazione. La sostanza iniettata è stata in grado di indurre un’immunità che ha permesso di controllare la diffusione dei tumori associati al virus. Inoltre ha rallentato la crescita tumorale in un modello animale di linfoma.

L’Ebv appartiene alla famiglia dei virus dell’herpes ed è trasmesso tramite la saliva: infetta almeno il 95% della popolazione adulta mondiale. L’infezione primaria provoca vari sintomi come febbre ghiandolare e permane nel corpo per tutta la vita. Nonostante i risultati siano positivi, sono necessarie ulteriori ricerche per determinare le prestazioni del vaccino nell’infezione primaria. È infatti da capire se i risultati ottenuti sui topi si possano applicare agli esseri umani, valutando anche la stabilità dell’immunità nel lungo termine.







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