VERSO IL MEETING/ Il coraggio di dire io che cambia anche il lavoro dei sindacati

- Daniel Zanda

Il compito del sindacato, oltre a costruire tutele adeguate dal punto di vista contrattuale e retributivo, è sostenere i singoli lavoratori ad avere il coraggio di dire io

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Lapresse

Il Meeting di Rimini, al via domani, ha come titolo “Il coraggio di dire io”. Questo titolo non può che interrogare ciascuno, singolarmente, nel proprio rapporto con la realtà quotidiana. Pertanto, ha interrogato anche me, dirigente sindacale chiamato a rappresentare i lavoratori somministrati, atipici e autonomi, ovvero la popolazione forse (il forse è necessario per l’eterogeneità delle singole e specifiche situazioni) più fragile e in difficoltà del mondo del lavoro.

Le problematiche sono le più variegate, ma sicuramente per i lavoratori con un contratto a termine l’urgenza e la preoccupazione più grande riguarda la possibilità di continuare la propria occupazione e quindi dare stabilità al proprio lavoro e al proprio reddito. Indubbiamente questo è un obiettivo da perseguire, ma non sempre è raggiungibile, non solo per la volontà di precarietà generata da alcuni datori di lavoro (che continuano a esserci), ma per questioni oggettive che caratterizzano la vita di un’impresa: pensiamo al lavoro stagionale, le diverse casistiche per le quali un lavoratore sostituisce temporaneamente altre persone, in caso di picchi della produzione o in fasi, come l’attuale, caratterizzate da enorme incertezza. Spesso, quindi, la stabilità è una condizione che non si può raggiungere.

Allora è necessario, come ad esempio è stato realizzato nel settore della somministrazione di lavoro, arricchire il contratto con tutele aggiuntive, che fungono da contrappeso di fronte alla mancata stabilità. In particolare le tutele, le prestazioni e le agevolazioni della bilateralità offrono sostegni di welfare integrativo, aggiuntivi all’offerta pubblica: tutela sanitaria, sostegno alla maternità, all’istruzione e alla mobilità, accesso al credito, e molto altro, sono solo esempi di come la contrattazione può generare risposte concrete e diversificate ai bisogni dei lavoratori. Così come la definizione e la predisposizione di politiche attive del lavoro, funzionali a favorire una continuità lavorativa non necessariamente presso la stessa azienda, ma all’interno del mercato del lavoro, possono aiutare le persone a cogliere le opportunità che possono presentarsi, aggiornando e sostenendo le proprie competenze e professionalità.

Per un sindacalista che si occupa di lavoro temporaneo, aver contribuito e contribuire alla costruzione di un sistema, che offre risposte concrete ai lavoratori, è sicuramente una soddisfazione per aver raggiunto soluzioni conformi e adeguate. Tuttavia, la verifica ovvero la controprova della bontà delle tutele che sono state generate è se le stesse sostengono la libertà e la responsabilità del singolo lavoratore nel dire “io”. Quindi il compito per un sindacato non è solo quello di “dare di più” (che si esaurirebbe in una rincorsa sfrenata senza meta), ma quello di far sentire la singola persona parte di una costruzione (un cantiere in evoluzione), protagonista di un’azione con lo scopo, quello sì, di migliorare la condizione propria e quella degli altri lavoratori.

Il coraggio di dire io per me è rappresentato da un lavoratore temporaneo, che pur avendo un contratto a termine in scadenza, decide di implicarsi con il sindacato (con questo movimento di costruzione nel lavoro) assumendo il compito di rappresentante dei lavoratori temporanei. Non è per incuranza delle possibili conseguenze sul proprio futuro lavorativo, o per un istinto rivendicativo che centinaia di persone in questi anni hanno aderito a questo compito, ma piuttosto per un desiderio vero di partecipazione e di protagonismo, mossi cioè dalla possibilità di poter incidere nella realtà, senza necessariamente subirla come un percorso di eventi incontrovertibile.

Uno dei primi rappresentanti che abbiamo nominato nella nostra esperienza di Federazione del lavoro somministrato è stato un lavoratore con un contratto che veniva rinnovato di 3 mesi in 3 mesi, e ha accettato di implicarsi, ha avuto il coraggio di dire io, quando a una sua collega non è stato rinnovato il contratto perché in gravidanza. Quando un lavoratore con un contratto a termine ha il coraggio di dire io, assumendosi la responsabilità di rappresentare altri lavoratori nella sua medesima condizione lavorativa, o addirittura più fragili, riafferma oggi il senso di quella solidarietà che sta alla base di ogni esperienza sindacale e associativa.

Il compito, quindi, del sindacato, oggi forse più di ieri, oltre a costruire tutele adeguate dal punto di vista contrattuale e retributivo, diventa quello di sostenere i singoli lavoratori ad avere il coraggio di dire io, affinché, nel tempo si possa arrivare anche a dire “noi”.

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