VIA DAL MALI/ “La Francia ha fallito, ora tutto si complica (anche per l’Italia)”

- int. Marco Di Liddo

Come hanno fatto gli americani in Afghanistan, i francesi abbandonano il Mali e l’Africa centrale alle milizie jihadiste

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Soldati francesi in Mali (LaPresse)

Dopo quasi otto anni di missione, l’operazione denominata Barkhane, che aveva lo scopo di sconfiggere le milizie jihadiste nell’Africa centrale, si chiude con il ritiro completo delle truppe francesi dal Mali. Il bilancio di questa missione parla di circa 1.200 soldati francesi uccisi in combattimento e, come ci ha detto Marco Di Liddoresponsabile dell’Area Geopolitica e analista responsabile del Desk Africa e del Desk Russia e Balcani del Cesi (Centro Studi Internazionali), “il totale fallimento dell’azione di politica estera e strategica di Parigi”.

Avviata dal presidente allora in carica Hollande e conclusa da Macron, la missione, ci ha detto ancora Di Liddo “lascia un Mali completamente in balìa delle milizie etniche e di quelle jihadiste senza aver risolto alcun problema del paese, che durante la durata della missione ha subìto ben due colpi di Stato militare con la popolazione locale ancor più ostile alla Francia e all’Occidente in generale”.

Adesso che i francesi se ne vanno cosa succederà in Mali? Quali obbiettivi sono stati raggiunti in questi anni di missione?

Il ritiro francese testimonia il fallimento totale dell’azione di politica estera e in generale della strategia politica francese nel Mali. Il fallimento è certificato da tanti elementi.

Quali, principalmente?

Innanzitutto quello della sicurezza. Le truppe francesi non sono riuscite a migliorare la sicurezza del paese, che nel tempo è addirittura peggiorata, perché se è vero che alcune città come Timbuctu e la stessa capitale Bamako sono oggi più sicure, è altrettanto vero che gli attentati da parte delle forze jihadiste sono aumentati e che nelle zone rurali lo Stato è completamente assente, mentre il potere delle milizie etniche e dei gruppi jihadisti è del tutto incontrastato. Il secondo elemento che certifica il fallimento è di natura politica.

In che senso?

Da quando i francesi sono intervenuti in Mali non si sono fatti progressi verso la democrazia, anzi ci sono stati due colpi di Stato militari riusciti e altri due sventati. Inoltre il dialogo fra governo e realtà Tuareg non ha fatto alcun passo avanti. La Francia, in quanto ex potenza coloniale e attore principale impegnato nella crisi, non è riuscita a dare un contributo rilevante. I francesi se ne vanno dopo sette anni di missione con un bilancio assolutamente negativo.

Si può, con le dovute differenze del caso ovviamente, paragonare questo fallimento a quello americano in Afghanistan?

Sì, si può dire, anche se non mi piace paragonare contesti diversi: l’impiego di risorse americano è stato infinitamente superiore a quello francese nel Mali, però parlando di obiettivi concreti si può fare un paragone. Come gli americani non hanno raggiunto gli obbiettivi prefissati, così hanno fatto anche i francesi. La loro presenza e il loro atteggiamento molte volte arrogante non ha fatto altro che rinfocolare il sentimento anti-colonialista e anti-occidentale che è stato sfruttato da jihadisti e da quelle formazioni politiche che costruiscono proprio sull’anti-occidentalismo il pilastro del loro supporto popolare.

Come lei ci ha sempre detto, gli interventi militari senza piani concreti sociali ed economici non risolvono nulla: è andata così anche questa volta?

Assolutamente sì. Anche questo è un ulteriore elemento che certifica il fallimento della politica europea, ma in generale di quella occidentale in questi paesi. Questa è la verità. È vero che la volontà politica c’è, così come ci sono gli aiuti umanitari, anche ingenti, però resta sempre una domanda: come mai, pur con sforzi così grandi, non si raggiungono obbiettivi concreti?

Già, perché?

Le risorse non bastano mai, le sfide sono così grandi e le peculiarità economiche, sociali, culturali di questi paesi sono così diverse che probabilmente le strategie non sono le migliori.

In questi giorni l’Unione Europea ha sanzionato la milizia russa Wagner che sarebbe presente anche nell’Africa centrale.

È una presenza contestata, non c’è un dato sicuro della presenza in Mali, mentre è certificata la presenza dei contractors russi in Libia e Repubblica Centrafricana.

Cosa fanno i russi nel Sahel?

Supportano il governo centrafricano in carica e proteggono gli interessi minerari delle imprese russe. Una longa manus del governo russo.

Una presenza che consolida quella russa in Africa, a discapito dell’Occidente?

Sì. Le sanzioni sono un palliativo dal grande significato politico, ma concretamente hanno effetti limitati, perché nel mondo contemporaneo e nella ramificazione economica attuale è facilissimo eluderle. Sono frutto di un concetto eurocentrico e americocentrico della finanza che però non risponde alla realtà attuale, dove ci sono altri paesi che possono sostituire Europa e Stati Uniti.

In Mali restano i Caschi blu e una task force di cui fa parte anche l’Italia. Che futuro prevede?

Vedo prospettive poco rosee. I Caschi blu fanno quello che possono, c’è un contingente italiano con funzione però di supporto soprattutto medico, quindi non fanno operazioni di combattimento, ma di appoggio alle altre unità europee. Questo tipo di conflitti non si vincono militarmente, si devono vincere politicamente. Essendo le prospettive politiche oscure, in futuro la situazione non potrà far altro che peggiorare.

(Paolo Vites)

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