VINO/ Pallini (Federvini): Prošek, a rischio una filiera da 610 milioni di bottiglie

- int. Micaela Pallini

La Presidente di Federvini lancia l'allarme: la registrazione del termine aprirebbe la strada ad altri concorrenti dei nostri produttori

Prosek Lapresse1280 640x300 Il vino croato Prošek (Lapresse)

Il dossier è tanto scottante da spingere le principali organizzazioni della filiera vitivinicola italiana – Alleanza delle Cooperative Italiane-agroalimentare, Assoenologi, Confagricoltura, CIA – Confederazione Italiana Agricoltori, Copagri, Federvini, Unione Italiana Vini – a scrivere al commissario Ue all’Agricoltura Janusz Wojciechowski, al commissario all’Economia Paolo Gentiloni e agli eurodeputati italiani della Comagri.

Oggetto della missiva: la contrarietà alla possibile registrazione del termine “Prošek” come menzione tradizionale europea, chiesta dalla Croazia. Un passaggio che potrebbe rappresentare un serio danno per il nostro Prosecco. Ma non solo, perché in gioco c’è un portato ben più ampio, come racconta Micaela Pallini, presidente di Federvini.

Qual è la valutazione di Federvini della richiesta croata?

Federvini è estremamente preoccupata. La richiesta rappresenta una minaccia reale e concreta per le note DOP Prosecco, Conegliano Valdobbiadene Prosecco e Asolo Prosecco, nonché, sul piano generale per l’intero sistema di tutela dei prodotti di qualità italiani ed europei. Sottolineiamo che, secondo i dati del 2020, il “sistema Prosecco” commercializza 610 milioni di bottiglie l’anno.

Quali danni potrebbe generare questo eventuale riconoscimento per il nostro Prosecco?

Se accolta dalla Commissione, la domanda di registrazione della menzione tradizionale “Prošek” arrecherà immediatamente un grave pregiudizio alla DOP Prosecco e costituirà un precedente molto pericoloso in contrasto con i principi contenuti nel regime di tutela Ue delle DOP e IGP. Fra le conseguenze, l’indebolimento della capacità dell’Ue di promuovere e difendere i suoi prodotti di qualità nei confronti dei suoi principali partner commerciali. Se non doverosamente contrastato, l’accoglimento della menzione potrebbe insomma rappresentare una pericolosa crepa nel sistema di tutela delle indicazioni geografiche a livello Ue. E questo anche alla luce del fatto che la registrazione aprirebbe la strada a domande inviate da Paesi terzi che metterebbero seriamente a rischio il patrimonio europeo dei nostri vini di qualità. Senza dimenticare che questo precedente presterebbe il fianco a ulteriori pretese che potrebbero essere avanzate dai nostri competitor nelle trattative sugli accordi di libero scambio rispetto al tema delle indicazioni geografiche.

Quali azioni sta promuovendo e/o sostenendo Federvini per evitare che il dossier abbia buon esito?

Abbiamo portato il tema all’attenzione delle istituzioni nazionali ed europee promuovendo un’azione sinergica dell’intera filiera. È stata forte e spontanea la testimonianza di supporto ricevuta dalla nostra associazione europea di riferimento e degli Stati membri vicini all’Italia per tradizione vinicola che hanno, fin da subito, ben compreso il rischio al quale siamo esposti.

La vicenda può fare scuola, suggerendo al comparto vinicolo italiano di fare maggiormente squadra a difesa dei nostri prodotti?

Certamente. Già da tempo la filiera vitivinicola italiana lavora in sinergia sui principali dossier di interesse per il settore. Occorre però continuare nel lavoro di coordinamento e contemporaneamente affinare i tempi di reazioni che devono essere sempre più rapidi e tempestivi.

(Manuela Falchero)





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