DALLA CINA/ Ecco chi comprerà l’Italia “in saldo”

- Lao Xi

L’Italia sembra aver bisogno del sostegno di un grande Paese per uscire dalla crisi in cui si trova. LAO XI ci aiuta a capire quale potrebbe essere e in che modo potrebbe agire

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Foto: Imagoeconomica

L’idea che la Germania debba prendersi l’Italia per garantirsi i soldi che deve mettere per salvare l’Italia stessa può non far piacere a Roma. È chiaro, infatti, che il governo verrebbe a trovarsi sotto un’ombra sinistra. Ma non accettare questa “richiesta” non libera il Paese dai suoi pesi. Infatti, se la manovra di salvataggio tedesco non fosse effettuata, per l’Italia ci sarebbero prospettive forse peggiori.

L’America, già a suo tempo contraria alla nascita dell’euro, ha persone che nella peggiore delle ipotesi tifano per la morte dell’euro attuale, nella migliore ritengono che l’euro sia destinato alla fine.

Il ragionamento e l’osservazione sono semplici. Per mille motivi e considerazioni interne la Germania non salverà l’Italia. Una volta salvata sarebbe troppo difficile da gestire, come prova la storia millenaria dei due paesi. Tante volte i tedeschi sono scesi in Italia e, pur guidandola forse meglio dei governanti indigeni, ne sono stati espulsi con scorno, siano stati Federico Barbarossa o Francesco Giuseppe. Perché dovrebbero oggi ripetere gli errori del passato?

Servirebbe un grande progetto politico, che vada al di là di un rapporto fra Germania e Italia concepito come l’ultimo nipotino del Sacro romano impero, ma questo al momento non c’è né a Berlino, né tanto meno a Roma.

L’ipotesi più realistica, pensano alcuni tra Washington e New York, è allora che i tedeschi dopo tanti tentennamenti approvino un piano B, mollino nelle prossime settimane e mesi l’Italia lungo il crinale della perdizione, e la espellano dall’euro. Vediamo.

A quel punto l’euro, alleggerito dalla zavorra meridionale, balza a 1,8 contro il dollaro (e questo spiegherebbe perché l’euro continua a essere alto nonostante le turbolenze dei suoi mercati). La Germania si lecca e cura le ferite dei debiti persi e, soprattutto, sostiene e aiuta la Francia, che traballa sotto l’attacco alle obbligazioni italiane.

Intanto l’Italia è crollata, ha reintrodotto la lira, o che per essa, e resta disperatamente bisognosa di fondi per ripartire. A quel punto l’America potrebbe intervenire con una specie di piano Marshall n. 2 e cominciare la campagna acquisti a partire dai soliti noti, Unicredit, Intesa, ecc., raccattati a prezzi di super saldo, cioè a molto meno di quanto avrebbero pagato i tedeschi qualche mese prima.

Anche i cinesi potrebbero essere interessati a salvare l’Italia in questa ipotesi, a patto però che gli italiani lo vogliano e altri paesi importanti, come Germania o Usa, non si oppongano. Pechino certo non vuole scontri con nessuno per fare un po’ di shopping a buon mercato nella penisola.

Ciò naturalmente sempre ipotizzando che l’espulsione dell’Italia dall’euro non inneschi una crisi complessiva del sistema mondiale. In questa seconda ipotesi, i guai dell’Italia sarebbero dimenticati nell’orizzonte di un disastro epocale, e il Paese sprofonderebbe per anni. Ma nella prima ipotesi il danno sarebbe limitato di fatto all’Italia, e un’iniezione di fiducia e denari americani potrebbe fare ripartire la cosa. Certo, se Unicredit valeva ieri 15 miliardi di euro e i tedeschi forse la comprerebbero a 10, gli americani ne spenderebbero a quel punto, con la lira, 2.

Questi sono scenari, ipotesi di lavoro, piani che potremmo definire B e C nell’orizzonte attuale italiano. Ma sono essenziali per capire quanto sia fondamentale quello che accade in Italia in queste ore, quanto serva all’Italia un grande governo di unità nazionale che ridia fiducia al mondo, e quanto urgente sia una svendita delle proprietà dello Stato che riduca in un colpo drastico il debito pubblico e tappi quindi la falla che si è aperta.

Con una svendita oggi i 15 o 10 miliardi di Unicredit potrebbero essere realizzati, che non sarà il valore dell’azienda nei tempi buoni o in conti assoluti, che porterà oneri non piccoli, ma questi non sono tempi buoni, né i conti possono essere assoluti, né ci si può esimere dagli oneri. In altre parole, gli orizzonti sono questi, non ce ne sono altri e se oggi l’Italia costa 10 anziché 100 deve piangere se stessa, non altri.

Così come se gli altri la compreranno a 10 o a 2 non sarà colpa loro, ma è triste dirlo, sarà colpa dell’Italia.

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