VISTO DAL PD/ Più Europa, meno trasformismo: così Letta ripensa il centrosinistra

- Gennaro da Varzi

Più diretto, meno “democristiano”, Letta riapre il Pd ai giovani e all’Europa. E guarda a M5s come partner per un nuovo centrosinistra

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La sede del Pd a Roma (LaPresse)

Un vecchio e saggio proverbio recita: “l’uomo è ciò che mangia”. Ed Enrico Letta in questi ultimi sette anni si è “cibato” quasi esclusivamente di giovani e di Europa. Non poteva quindi che riempire la “pancia vuota” del Pd dei temi a lui più cari. Confezionando così un discorso nuovo, pregevole, di gran lunga la cosa migliore che i circa 20mila militanti, che si sono collegati alla diretta televisiva, hanno potuto ascoltare da diversi anni a questa parte.

Chi ricorda il giovane Letta di qualche anno fa è rimasto colpito per la trasformazione maturata nel lungo esilio parigino. Molto più diretto, meno giri di parole, molto meno “democristiano”, come lui stesso ci tiene a dire. Letta si comporta come un qualsiasi talento costretto ad emigrare, porta con se tutto quanto di nuovo ha appreso in giro per il mondo. Così il nuovo segretario del Pd è apparso subito migliorato, più concreto e sensibile al nuovo, mosso dalla sincera volontà di essere utile.

Letta immagina un partito di giovani. Non un “partito che parla dei giovani”, ma un partito dove i giovani possano comandare. Fatto di giovani. Ha così rilanciato il suo leitmotiv del voto a 16 anni e sullo “ius soli”. Ha concentrato la sua attenzione sulla scuola e sull’università. Ha dimostrato di conoscere nel dettaglio le reali condizioni di studio e di lavoro delle nuove generazioni. Si è rivolto direttamente a loro, ha lanciato un vero e proprio appello a farsi avanti. Il suo Pd è pronto ad accoglierli.

Letta ha poi dedicato gran parte del suo discorso di investitura all’Europa. Ha ricordato il suo impegno come presidente dell’Istituto Jacques Delors, unica carica che chiede di poter conservare. Un’Europa molto diversa da quella del 2013 e dalla politica di austerità che condizionarono il suo governo. Un Europa che può cimentarsi unita sui grandi temi del momento, la lotta alla pandemia, la ricostruzione economica e sociale, la centralità del tema della cittadinanza digitale.

Poi la politica in Italia. Senza alcun cedimento alle diatribe interne, ha tracciato la strada per i prossimi anni. Per Letta il Pd dev’essere il protagonista di una nuova coalizione di centrosinistra che dovrà misurarsi con il centrodestra quando Draghi avrà concluso il suo mandato nel 2023. Una coalizione ampia con dentro il movimento 5 Stelle di Conte, che si propone di incontrare nei prossimi giorni. Per Letta la svolta europeista del Movimento precede il governo Draghi e coincide con il voto in sostegno ad Ursula von der Leyen. Non esclude affatto un accordo per una nuova legge elettorale, ma in ogni caso apre ad una riflessione specifica su un nuovo metodo per eleggere i parlamentari.

Qui il messaggio si fa più duro e, senza citarli direttamente, tira in ballo tutti coloro che hanno usato in questi anni il partito per scopi personali. Quando affronta il tema ormai endemico dei transfughi, degli oltre 200 parlamentari che hanno tradito il proprio partito per confluire nel gruppo misto, parla di “democrazia malata” e “di istituzioni che devono rispettare i partiti”. Per Letta è una priorità combattere il male del trasformismo, togliendo privilegi e vantaggi a chi lascia il partito che lo ha eletto. “I gruppi misti sono diventati una specie di paradiso terrestre, dove si guadagna di più, si conta di più e si può lavorare meno”. E annuncia una iniziativa, andrà da Fico e Casellati per richiedere la modifica dei regolamenti parlamentari per impedire – come avviene in tutti i parlamenti europei – che la fuoriuscita dei singoli si trasformi in un premio. Ma non solo regolamenti e gruppi, rilancia su sfiducia costruttiva, nuova legge elettorale, applicazione piena dell’articolo 49 della Costituzione, quello che garantisce il ruolo dei partiti e ne richiede trasparenza della vita interna.

In effetti l’intero discorso è dedicato alla valorizzazione del ruolo del partito, all’importanza dell’impegno politico, alla sua centralità nella vita delle istituzioni e nel dibattito nel Paese. Certo, serve “un partito nuovo al tempo di internet”. E smonta con una battuta la tediosa discussione sulla questione identitaria, ricordando che “l’identità è per metà quelli che siamo e per l’altra metà quella per cui appariamo”.

Letta conclude con un messaggio diretto alle correnti e a tutti coloro che cinicamente pensano che l’unica cosa che conti è come dividersi i pochi posti a disposizione alle prossime elezioni. “Non ho lasciato la mia vita precedente per guidarvi verso una sconfitta. Se faremo quello che ho detto possiamo cambiare il corso delle cose. Potete giurarci che mi batterò per vincere”.

Mai segretario si è ritrovato con un consenso così ampio: 860 sì, 2 contrari, 4 astenuti.

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