WALTER’S PLAYLIST/ “Promised Land” di Mighty Sam McClain: cosa resterà della black music?

Con la scomparsa di Sam McLain sono sempre di meno gli autentici autori e interpreti della black music originale, che cosa ne rimarrà ce lo spiega WALTER GATTI

19.10.2015 - Walter Gatti

Per chi ancora ama il soul e il rhythm’n’blues classici, quelli targati Stax e Muscle Shoals, la scomparsa di Mighty Sam McClain, avvenuta nello scorso giugno, è un nuovo colpo basso del destino verso un mondo artistico in estinzione, tenuto vivo per lo più da una pattuglia di grandi che ormai si va assottigliando sempre più per ragioni anagrafiche. Nato nel 1943 in Louisiana, Sam McClain non è mai stato una figura di primo piano nella scena soul, non partecipando delle fortune internazionali del periodo d’oro del soul, e raggiungendo una certa notorietà solo negli anni ’90, a partire da Give it up on Love e Keep on Movin, due ottimi dischi che han fatto scoprire a tutta America e poi anche in Europa la sua voce calda, comunicativa e introspettiva. 

Negli ultimi anni la collaborazione del cantante della Louisiana con il chitarrista norvegese Knut Reiersrud ha fruttato a McClain belle canzoni e belle produzioni tra cui la registrazione delle dodici canzoni che compongono Tears of the world, suo ultimo lavoro prima di un fatale attacco cardiaco. Questo cd di Mighty Sam è un poderoso e completo lavoro musicale che rappacifica con la black music nonostante venga in tutto e per tutto da Oslo, realizzato con musicisti dal nome tremendamente scandinavo come Bjorn Holm o Hakon Kornstad. Il buon Reiersung (che per altro non è un pellegrino nel mondo del blues, avendo incamerato collaborazioni persino con Buddy Guy), in questo disco ha lavorato con Sam McClain come se il norvegese fosse nato in Alabama e cresciuto a Detroit, e – giudicato per il lavoro finale, ottimo bilanciamento di ritmo ed emozioni, tra ispirazioni blues e scivolate verso il funky come in Friends, una delle tre canzoni firmate proprio da McClain – potrebbe essere un perfetto braccio destro per Smokey Robinson, Chips Moman o Berry Gordy. 

Nel disco in questione ci sono pezzi di Willie Hale (noto come autore di molte hit del mondo rhythm’n’blues, che firma tra l’altro la titletrack) e di Carlene Carter (figlia di primo matrimonio di June Carter, poi sposa di Johnny Cash), che ha scritto la fantastica Too Proud, che suona come un pezzo arrangiato da Joe Henry e interpretato da Isaac Hayes; ma i titoli più convincenti e intensi (Jewels e Que Sera, Sera su tutte) sono proprio quelli di firma norvegese, a dimostrazione di come l’amore per una certo linguaggio comunicativo ed emozionale, verso certe sonorità e per un certo distintivo feeling non sono assolutamente questione geografico-etnica. 

A coronamento del bel disco, c’è poi una canzone da brividi, Promised Land: intro vibrante sostenuta da un bel Hammond, e poi uno sviluppo in downtempo per una ballata bluesy che scava dentro le memorie di solitudini e di nostalgie alla ricerca di quel momento, di quella mano tesa, di quel sorriso che tutto nella vita riesce a trasformare, soprattutto a regalare calore umano in quel grande gelo che coglie l’anima nel profondo della notte. “Perché tu”, canta Sam, “sei la mia terra promessa”, e lo fa con tensione e densità indimenticabili, in un pezzo che anche nei fatidici anni Sessanta di Otis Redding e James Brown sarebbe diventato un classico. 

Purtroppo Sam McClain non ha potuto neppure interpretarlo una volta live, perché Promised Land è stata la sua ultima registrazione. La morte di Solomon Burke (cinque anni fa), la quasi totale inattività discografica di Aretha Franklin e Stevie Wonder, ed ora anche la scomparsa di McClain lasciano la domanda: ma chi interpreta ancora “quel sound” e quella tensione musicale che ha reso celebre il R&B, mentre la black music sembra costretta inevitabilmente al dominio hip hop (che registra cifre mostruose di business e patetici abissi qualitativi)? Ebbene: non perdiamoci d’animo, perché per fortuna arriva in risposta l’ultimo album di Lizz Wright, 35enne di splendida musicalità gospel-soul. Nata e cresciuta tra i cori gospel e le scuole di jazz vocale di Atlanta e della Georgia, Lizz (che già cinque anni fa si era fatta apprezzare per una raccolta di standard gospel, Fellowship) è appena tornata con il suo quinto album, Freedom and Surrender, una raccolta di grande personalità che spazia dal soul al funky, in cui la vocalist si permette di citare Joni Mitchell e Annie Lennox, rimanendo però con le radici ben salde nella vecchia lezione della soul music. L’album si chiude con Surrender, un autentico colpo di genio, sei minuti di soul-ballad di cui Mighty Sam McClain sarebbe stato più che soddisfatto. Insomma, finchè c’è vita, c’è arte. Ed anche il soul e il R&B hanno le loro chance da giocare: la sopravvivenza della specie (forse) è assicurata.  

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