WHITE BUFFALO/ Il concerto al Carroponte: una chitarra che salva l’anima

- Paolo Vites

Gli americani White Buffalo in concerto a Milano si sono dimostrati una delle band più eccitanti in circolazione

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White Buffalo

Prendi (metaforicamente) la sezione ritmica dei Clash migliori e ci metti su una irruenza rock degna di Joe Strummer: ecco White Buffalo, Jake Smith, il batterista magnifico (“the fucking machine” lo chiama lui) Matt Lynott, un mostro della ritmica come non se ne sentono più dai tempi di Kenny Aronoff, un bassista punk che non si ferma un secondo, il basso carismatico a livello inguine, i salti a gambe unite, Cristopher Hofee. Ci metti sopra canzoni di tasso romantico altissimo, “Americana” purissima alla Steve Earle con una voce che quando si innalza sembra quella di Joe Cocker, il tutto tenuto insieme da una chitarra acustica ritmica devastante, e avrai uno degli spettacoli più pulsanti, vivi ed eccitanti che noi vecchi amanti del rock cerchiamo disperatamente ogni notte. Niente chitarra solista, che se volesse “prodursi” un po’ Jake Smith, visto lo sfracello di bellissime canzoni che compone, potrebbe essere la nuova stella di Nashville o del New Jersey, fate voi. Lui invece mira a un approccio diretto, sporco, sanguigno, quasi punk e così facendo riporta tutto alla purezza e alla grandezza che pulsa nel cuore profondo del rock’n’roll. E’ anche un magnifico folksinger, quando sul palco rimane da solo e dimostra che potrebbe condurre un intero concerto tutto per conto suo, tanto è carismatico e bravo (la commovente Oh Darlin’ What Have I Done su tutte).

In una sera in cui come in tutte le altre stavo accasciandomi sul divano a leccarmi le ferite della giornata, ho preso la macchina all’ultimo minuto, ho guidato per dieci minuti (sia benedetto il Carroponte, zanzare a parte), e senza aver mai ascoltato una loro canzone in vita mia, mi sono affidato al desiderio di sopravvivenza, come quando ero giovane. E la musica non mi ha tradito, come ogni volta, come sempre, perché io amo la musica e lei ama me. E finché ci sarà in giro gente come Jack Smith, sapremo di essere benedetti dalla mano di Dio che ci si posa sulla testa e sa di cosa abbiamo bisogno. Un pubblico giovane, che conosce tutte le loro canzoni a memoria (“beautiful women in Milano” scherza lui tra una bottiglia di Ichnusa e l’altra) che incredibilmente strapazza a morte la chitarra senza cambiarla mai per due ore e senza toccare mai l’accordatura, ma come fa? Salta sulla piattaforma del batterista nonostante la stazza da bisonte – come da nome – e rimbalza sul palco, si piega sul pubblico e ci canta di una vita che sì, nonostante tutto, val la pena di vivere: Come Join the Murder, Joe and Jolene, Highwayman di Jimmy Webb, Damned sono inni che restano incisi nel cuore e nell’anima. E’ America, è peccato e redenzione. E’ salvezza. E’ rock’n’roll, (In apertura serata si sono esibiti i Dr Feelgood & The Black Billies, del dj di di Virgin Radio Maurizio Faulisi, con il loro rockabilly country anni 50, impeccabili nei loro completi neri come se arrivassero dal Ryman Auditorium di Nashville, ottime vibrazioni e grande classe).



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