ZELENSKY DAL PAPA/ “Ecco perché Mosca e Kiev non possono ancora trattare”

- int. Massimo Introvigne

La notizia di un incontro tra Zelensky e papa Francesco ha riacceso la speranza di un negoziato, ma ci sono troppi ostacoli. E l'Ucraina vuole che la Russia paghi la ricostruzione

Papa Francesco, Zelensky Papa Francesco con il presidente dell'Ucraina Volodymyr Zelensky nel 2020 (LaPresse)

Un incontro a Berlino e poi a Roma per un faccia a faccia con Mattarella, la Meloni ma soprattutto con il Papa. Sarebbe questo il programma di oggi del presidente ucraino Zelensky. Un viaggio che fa seguito ad altri nelle capitali europee e che qualcuno ha legato alla possibile apertura di un negoziato. O almeno a un tentativo per cominciare a porne le condizioni. Difficile, tuttavia, che sia proprio così. Lo spiega Massimo Introvigne, sociologo, fondatore del Cesnur e del sito Bitter Winter: russi e ucraini in questo momento, in realtà, non avrebbero nessuna intenzione di negoziare.

Qual è il vero significato dell’incontro di Zelensky con il Papa? Potrebbe preludere ad un negoziato di pace?

Se l’incontro con il Papa ci fosse sarebbe positivo, soprattutto perché riequilibrerebbe, agli occhi dei cattolici in Ucraina, una certa impressione che è stata data di non sufficiente sostegno alla loro causa. Da questo punto di vista sarà un incontro importante. Tuttavia alla luce della situazione interna russa il margine per iniziative di pace è modestissimo. Qualunque concessione fosse fatta dalla Russia scatenerebbe delle dinamiche interne con rischi molto alti per Putin. L’agitazione di Prigozhin è indicativa. Mi pare che non sia il momento giusto.

Chi nell’establishment russo potrebbe non prendere bene un’iniziativa diplomatica?

Una tale iniziativa, come ho detto, scatenerebbe l’opposizione dei falchi russi. Ma allo stesso tempo in Ucraina, dove a differenza della Russia i sondaggi sono veri, il 60% e più della popolazione è contraria al negoziato. Anche Zelensky, che non è un autocrate, deve fare i conti con la sua opinione pubblica.

Dunque un negoziato sarebbe molto scomodo per entrambi, Putin e Zelensky.

Sì. Sono i primi a non volerlo, anche perché se ci mettiamo dal punto di vista degli ucraini dobbiamo pensare che sono stati invasi e hanno visto distruggere le loro città: che negoziato dovrebbero fare, dovrebbero accettare di perdere territorio? Perché? Dopo tutte le perdite che hanno subìto, per sedersi a un tavolo vogliono trovarsi in una situazione migliore di quella che avevano nel febbraio 2022. E non è il solo fattore da considerare.

Si spieghi.

A mio avviso c’è un problema di cui si parla poco, ma che invece dal punto di vista economico è il più importante di tutti: gli ucraini continuano a dire che i danni fatti alle città, alle infrastrutture, devono essere pagati dalla Russia. Questo metterebbe in ginocchio l’economia di Mosca. Ed è una cosa che può succedere solo con una sconfitta militare dura della Russia.

Chi potrebbe mettere i soldi per la ricostruzione allora?

L’Ucraina questi soldi non li ha. Se non glieli diamo noi devono metterli i russi.

Non potrebbero farsi avanti i cinesi?

Potrebbero, ma di solito i cinesi fanno prestiti, non fanno regali: alla fine si vogliono far pagare. Come hanno scoperto gli africani, Pechino anticipa soldi che poi rivuole indietro. Però il punto è chiaro: mettiamoci nei panni degli ucraini, arriva qualcuno che distrugge mezzo Paese, poi il conto chi lo paga?

Quindi è una pia illusione di una parte dell’Occidente quella che alla fine entri in campo la diplomazia?

È un’illusione, a me pare, soprattutto di parte del mondo cattolico, che forse non ragiona in modo sufficientemente realistico di fronte alla situazione delle opinioni pubbliche in Russia e in Ucraina. Attenzione: non sto escludendo un negoziato. Anzi, sono certo che ci sarà, perché tutte le guerre finiscono in questo modo. Ma una trattativa ci sarà dopo che uno dei contendenti avrà avuto qualcosa che assomiglia a una vittoria sul terreno. Per il momento c’è una drôle de guerre, come dicono i francesi: un momento avanza uno, un momento avanza l’altro, ma nessuno può dire di avere avuto delle vittorie schiaccianti. Se la controffensiva ucraina avesse dei risultati spettacolari o al contrario fallisse totalmente, si creerebbero delle condizioni diverse.

Un negoziato comporterebbe che Putin o Zelensky sparissero dalla scena?

Non è detto che spariscano, perché ci sono delle dinamiche interne molto complicate. Solo se uno dei due avesse un successo militare rilevante, non inventato dalla propaganda ma evidente,  allora l’altro sarebbe indotto a rinunciare.

Possiamo aspettarci solo questo?

Secondo me sì, perché in questo momento l’unica pace a cui Putin è disposto è quella nella quale gli vengano riconosciute almeno le conquiste territoriali fatte fino a oggi. E certamente questo gli ucraini non lo possono riconoscere, perché sarebbe come premiare l’aggressore. Non vedo come sia possibile per loro accettare questo. E nemmeno per i loro sostenitori, Stati Uniti in testa.

In questo contesto l’Occidente cosa può fare, solo sostenere gli ucraini con le armi?

L’Occidente può solo mandare più armi e munizioni all’Ucraina e cercare di aprire una riflessione sul perché le sanzioni alla Russia funzionino solo parzialmente. Grosso modo dove sono i buchi lo sappiamo, ad esempio in Turchia, che essendo un Paese Nato continua a ricevere tecnologie che rivende sottobanco alla Russia. Però questo tutti lo sanno e nessuno fa nulla. Agli Stati Uniti torna più comodo fissare l’attenzione sulla Cina, dove ci sono aziende che comprano in Occidente e rivendono alla Russia. E ogni tanto ne sanzionano qualcuna. Alla fine, però, c’è un grosso buco in Turchia che per ragioni politiche nessuno vuole andare a esaminare.

Se la Turchia avesse un nuovo presidente dopo le elezioni di domenica qualcosa potrebbe cambiare?

Esatto. Se le lezioni dessero un esito non favorevole a Erdogan, ma a forze laiche più filoccidentali, le cose potrebbero cambiare. Sicuramente.

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