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J'ACCUSE/ Non basta Twitter per difendere Malala Yousufzai dai talebani

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Alcuni bambini di religione musulmana (Foto: Infophoto)  Alcuni bambini di religione musulmana (Foto: Infophoto)

Che i talebani abbiano tentato di assassinare Malala Yousufzai non mi sorprende affatto. Anzi, mi stupisce che non abbiano tentato di farla saltare assieme a tutta la sua scuola, per zittire non solo lei ma anche tutte le sue compagne, giovani ma già più intelligenti e coraggiose di qualche paladina urlatrice qui in Occidente. A dirla tutta non mi stupisce nemmeno, ma i lettori de IlSussidiario lo sanno bene, il silenzio delle sinistre europee, soprattutto quella italiana; che di giovani come Malala avrebbe profondamente bisogno per rinnovare il messaggio di libertà oggi perso dietro a banderuole elettorali e alla strumentalizzazione del dolore delle donne.
Se ritwittare articoli di giornale significa lottare per le donne, allora mi appare davvero difficile non dire che tutti gli utenti dei social network siano convinti sostenitori della causa delle donne. Cosa che, nel profondo, ovviamente non sono, realizzando concretamente che operano questa attività per meccanica necessità di visibilità virtuale. Malala, e tutte quelle come lei che oggi magari non possono più urlare la propria voglia di libertà, non meritano questo trattamento.
Pakistan, Afghanistan, Arabia Saudita, Qatar e chi più ne ha più ne metta, sono luoghi dimenticati, gettati nell’oblio della storia e nella spirale della distruzione della figura delle donne. E Malala è una di quelle donne. Lo hanno capito le bambine pakistane che hanno manifestato in piazza, coperte solo di un foulard bianco, gridando siamo tutte Malala; altro che bandierine nelle piazze italiane, altro che fischietti sotto le sedi governative per poi correre all’aperitivo con le compagne di partito. Altro che femminismo prezzolato e politicizzato.
Malala si è beccata tre pallottole, di cui una in testa, che l’ha tenuta fra la vita e la morte. E mentre la giovane attivista andava sotto i ferri per salvare la sua vita e il suo messaggio di protesta, la piccola Rimsha accusata di blasfemia andrà a processo fra quattro giorni e Asia Bibi giace ancora in un carcere nel silenzio di tutti, senza aver fatto nulla. E mentre accade tutto questo, il Nobel se lo aggiudica l’Unione Europea, per i diritti umani e la pace. Nei confini europei, è vero, dove tutto è più semplice e le costituzioni nazionali fanno da base ad una pace ormai duratura.
Ma all’esterno di quei confini c’è la fatwa sulla blasfemia che comporta la decapitazione, l’olocausto delle donne afgane e dei cristiani in Pakistan, gli sgozzamenti e le lapidazioni in Mali, la negazione dei diritti in Cina, la segregazione delle donne nei Paesi del Golfo. Questo premio, forse, con un po’ più di fantasia, poteva andare a Malala, alla poliziotta pakistana uccisa Malalai Kakar o alle donne afgane, che sono l’esempio della mancanza nel mondo di quei diritti per cui il Nobel è stato assegnato. Chi ha subito una persecuzione dovrebbe sapere bene cosa si prova ad essere “resettati”, “azzerati”, “annientati”.
E allora perché non dice niente sullo sterminio delle donne in Pakistan e in Afghanistan? Non interessa a nessuno se Malala muore o vive, se il suo messaggio si spegne o si propaga, se tutta la sua generazione viene bruciata nel fuoco del fondamentalismo talebano. Sono stufa delle parole di convenienza, mentre in Marocco, donde io provengo e non ho mai visto violenze del genere, tre professori vengono sgozzati in quattro giorni dai salafiti a Tangeri, tentando di mettere a ferro e fuoco il paese.



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