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OPERA/ "A Midsummer Night’s Dream", il successo "scomodo" di Britten

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A Midsummer Night’s Dream, di Benjamin Britten  A Midsummer Night’s Dream, di Benjamin Britten

Ultima opera in cartellone prima dell’inizio della stagione estiva alle Terme di Caracalla, “A Midsummer Night’s Dream” di Benjamin Britten è per la prima volta nella sala grande (Il Teatro Costanzi) del Teatro dell’Opera di Roma. Nella capitale la si era vista e ascoltata in un’edizione economica, ma efficace una dozzina d'anni fa al Teatro Nazionale. La messa in scena deve intendersi come un doppio omaggio: all’estate che inizia e al centenario dalla nascita di Britten (che cade nel 2013, ma rischia di essere offuscato dai bicentenari della nascite di Verdi e Wagner sempre nel 2013).

A Mid-Summer” è uno dei lavori più affascinanti di Britten. Viene utilizzato (opportunamente ridotto dallo stesso autore e dal tenore Peter Pears) il testo di Shakespeare, eliminando scene e ruoli secondari per evitare una durata spropositata e accentuando la differenza tra la città (Atene, dove regnano regole formalmente, eque ma sostanzialmente ingiuste) e la foresta, dove regna la natura, trovano rifugio i giovani amanti, la regina delle Fate Titania riconquista il re delle fate Oberon e i villici diventano poeti.

L’opera è stata concepita in un periodo in cui Britten intendeva salvare il teatro in musica britannico, riducendone i costi (e quindi gli organici), impiegando voci giovani e costituendo compagnie che potessero viaggiare da città a città. La Jubilee Hall di Aldenburgh, la cittadina dove Britten e Pears risiedevano, venne appositamente ampliata per l’occasione: conteneva, però, 316 spettatori (non i 1.800 circa del Teatro dell’Opera), un piccolo golfo mistico (per un organico quasi cameristico) e i 18 solisti erano in gran misura ragazzi e ragazze. Ebbe un successo enorme, nonostante fosse un lavoro “scomodo”: ironizzava sia sulla “buona società” britannica dell’epoca (con uno studio sulla giovinezza e l’amore sessuale) sia sulla storia della musica del Regno Unito, con richiami e citazioni vagamente messe alla berlina.

Lo stile di Britten non rifiuta mai la scrittura tonale ed è accattivante anche per chi non ha dimestichezza con le convenzioni della musica del Novecento: pur continuando nella grande tradizione britannica iniziata con Purcell, fa propria (nel teatro in musica) la tecnica di Berg di adottare la forma di un tema su cui costruire ciascuna scena inserendo molteplici variazioni e intercalando le varie scene con intermezzi indipendenti che servano da elementi di unificazione musicale e drammatica. Altro aspetto fondante è la capacità di ottenere il massimo colore e calore orchestrale con il minimo di organico.

Grande attenzione, poi, alle voci. Pur nel rispetto delle convenzioni, Britten riscopre il controtenore e lo accompagna (proprio in “A Mid-Summer”) in duetti estatici con un soprano di coloratura. Naturalmente il metodo di organizzazione cambia quando si tratta di musica concepita per essere eseguita in chiesa (Britten era cattolico praticante) in cui il pubblico viene considerato non in veste di spettatore, ma di compartecipe all’azione liturgica; quindi, alcune parti erano pensate perché eseguite dall’intera congregazione. Le sue “parabole” verranno forse presentate l’anno prossimo in una Chiesa importante di Roma.



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