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STAMINALI/ E se non servisse uccidere embrioni per ottenere risultati?

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Sono cellule staminali multipotenti; cioè possono dare origine non a qualsiasi tessuto (come le totipotenti) ma ad alcuni tipi di tessuto. Il loro nome è un po’ strano, mesenchimali, ma sarà bene imparare a conoscerlo. L’esperienza fatta con le cellule mesenchimali adulte ha confermato la grande potenzialità di queste cellule, la cui elevata plasticità ha già dato risultati positivi nella rigenerazione di ossa, cartilagini e tendini. Gli interessanti risultati in campo clinico veterinario -quando l’animale non è usato come cavia ma è trattato da paziente e deve essere curato e possibilmente guarito - danno utili indicazioni anche per la medicina umana. Del resto, la multipotenza delle cellule mesenchimali non è ancora stata del tutto esplorata e suscita interesse la sua versatilità che vede applicazioni possibili (tra gli altri) nel campo della rigenerazione muscolare e soprattutto neurologica. Questi studi richiederanno tempo e tanta sperimentazione ma quella pre clinica nell’animale sembra avere già mostrato la notevole potenzialità di questa tipologia cellulare.

Nei giorni scorsi a Brescia una giornata di studio, promossa dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia Romagna (Izsler), dalla Associazione Italiana di Colture Cellulari (Aicc) e dalla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Brescia, ha messo a tema la sicurezza nell’uso terapeutico delle cellule staminali con particolare riferimento alle mesenchimali nella medicina rigenerativa e riparativa. Uno speciale affondo è stato fatto sulla tipologia dei controlli necessari per garantirne la sicurezza dal punto di vista infettivo. Circa il problema del rischio tumorale, è stato ribadito quello connesso all’uso di cellule embrionali indicato dalla loro elevata instabilità genetica e documentato dalla loro capacità di produrre neoplasie in vivo. Le cosiddette induced pluripotent stem cells, ottenute senza utilizzare embrioni, destano un grandissimo interesse, ma non sono applicabili in terapia per i troppi interrogativi che anch’esse pongono.

 

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COMMENTI
27/10/2009 - risposta al dr Pioltelli Christian (augusto pessina)

Grazie per la domanda . Certamente,anche le cellule embrionali devo essere studiate. Abbiamo a disposizione moltissime specie animali per farlo senza ricorrere all'uomo. Scoperte di geni importanti nella patologie umane sono stati fatti nello zebrafish (pesciolino rosso) e nei moscerini.

 
27/10/2009 - Domanda (Christian Pioltelli)

Buongiorno Dott.Pessina Ho partecipato al convegno di Brescia in qualità di biologo, apprezzando la modalità di organizzazione della giornata e la qualità di alcuni interventi. Dal suo articolo sembra emergere come la ricerca sulle staminali embrionali, che come noto hanno maggiori capacità proliferative delle analoghe adulte con gli effetti positivi e negativi che conosciamo, possa essere messa in disparte,poichè esistono altre fonti più promettenti delle ESCs. Le IPS, come sostiene, sono dotate di un grande potenziale differenziativo ma la regressione da stato adulto a staminale coinvolge geni che regolano, al contempo, anche la proliferazione cellulare, quindi con potenziale effetto neoplastico. Le staminali adulte (organo-residenti e non) sono ancora lontane dall'applicazione clinica, ematologia e oculistica a parte. Non ritiene debbano essere tenuti aperti tutti e 3 i campi di ricerca citati, senza escludere a priori le embrionali per ragioni puramente etiche? Ricordo che l'utilizzo delle cellule staminali embrionali per la ricerca su patologie neurodegenerative (Huntington in particolare) ha ottenuto risultati molto positivi, se confrontati con cellule provenienti da altre fonti, testimone il conferimento di numerosi riconoscimenti alla Dott.ssa Cattaneo.