Il Natale di Bach

- Pierluigi Colognesi

PIGI COLOGNESI ci invita ad ascoltare la Sinfonia con cui inizia la seconda delle sei Cantate dell’Oratorio di Natale di Johann Sebastian Bach

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La statua dedicata a Johann Sebastian Bach a Lipsia (Foto Ansa)

Fatevi un regalo, in questi giorni prima del Natale. Regalatevi sette minuti e undici secondi per ascoltare la Sinfonia con cui inizia la seconda delle sei Cantate che compongono il monumentale Oratorio di Natale di Johann Sebastian Bach.

Se volete, potete ovviamente gustarvelo per intero; sono più di tre ore di musica. Ma io voglio concentrarmi su quei sette minuti e undici secondi (tanto dura la Sinfonianella, per me, insuperata interpretazione di Karl Richter) e spiegare perché propongo di sentirli prima di Natale.

L’Oratorio bachiano è come un’immensa chiesa, con ampie navate, altari riccamente decorati, organi sontuosi e angoli di solenne raccoglimento; vi si trovano arie, duetti, cori e corali, tenuti insieme dalla voce narrante dell’evangelista. È stato composto a Lipsia, per le festività natalizie a cavallo tra il 1734 e il 1735.

Si compone di sei cantate: per il giorno di Natale, per il 26 e 27 dicembre, per il primo dell’anno, per la domenica successiva e infine per l’Epifania. Dunque un ciclo composito, nel quale si contempla attraverso la musica (e i testi, tratti dai Vangeli e dalla tradizione luterana) l’intero dipanarsi del mistero natalizio.

Il primo giorno è tutto dedicato alla sorpresa per la nascita del Salvatore; il tono della musica è brillante, primeggiano le trombe e il ritmo. È proprio una festa. Il secondo giorno si concentra sull’annuncio degli angeli ai pastori; in questa cantata si trova, tra l’altro, l’aria dell’angelo/tenore che mette fretta ai pastori perché si rechino il prima possibile alla capanna a rendersi conto di quello che è successo: «Affrettatevi a vedere il dolce bambino». Ma, unica fra tutte e sei le cantate, questa non inizia con un coro, bensì con una Sinfonia, cioè un pezzo puramente orchestrale.

Lo scopo della Sinfonia, dalla melodia dolcissima e malinconica, è quello di introdurre un’aura di trepida attesa. È come se Bach volesse mostrare l’umanità nell’attimo di sospensione in cui – come nell’istante che precede la nascita del sole – ha presente che qualcosa di immenso e bellissimo sta per succedere, ma non ne conosce i particolari, né può lontanamente immaginarseli; così come non potrebbe assolutamente immaginarsi il sole chi fosse sempre vissuto nelle tenebre.

 

Il nome giusto di questa sospensione è «attesa»; ecco perché suggerisco di sentire questo brano nei giorni che precedono il Natale. Se non c’è attesa, se non vibra il desiderio, anche il più straordinario degli eventi passa inosservato, producendo al massimo un riverbero sentimentale che subito si sfilaccia e svanisce.

 

Potete farvi – se vivete a Milano o ci passate – anche un altro regalo. Andate al Museo del Novecento appena inaugurato in piazza Duomo; salite all’ultimo piano e passate qualche minuto di fronte a uno dei quadri di Lucio Fontana intitolati “Concetto spaziale. Attesa”. State lì, in silenzio, di fronte a quei tagli nella tela, a quelle ferite che aprono la soffocante superficialità dell’apparenza. Magari dall’altra parte del buio sta per venire un angelo che, a noi come ai pastori, annunci la desiderata luce di Natale.

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