Tutta colpa di Keynes

- Raffaello Vignali

Impegnare tante risorse pubbliche nel sistema economico non è per forza la via migliore per far crescere il Pil, come ci spiega RAFFAELLO VIGNALI in questa sua analisi

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Foto Imagoeconomica

Qualche giorno fa, un amico faceva più o meno questo ragionamento: “La politica oggi non ha le leve per governare i mercati; la prova è l’enorme massa di denaro iniettata da Obama nel sistema economico americano (800 miliardi di dollari nel 2009 e 500 ora) che non ha prodotto alcun effetto sul Pil e sull’occupazione”. E, a prova della sua tesi, sosteneva che “se butti tante risorse sul mercato, dovrebbe essere inevitabile che qualcosa accada”.

Si può essere d’accordo con la prima affermazione, anche in considerazione del fatto che i capitali disponibili misurati dagli attivi delle banche cubano cinque volte il Pil mondiale, che l’ammontare dei derivati è stimato pari a undici volte il Pil mondiale e che il volume degli scambi giornalieri sui mercati finanziari è pari a quindici volte la manovra europea per difendere l’euro. Più difficilmente si può concordare sulla prova portata.

Esattamente un anno fa, usciva un prezioso volumetto di Franco Reviglio, dal titolo provocatorio “Goodbye Keynes?” (Guerini e Associati). Un libro prezioso quanto ignorato: se chi di dovere lo avesse letto e seguito, oggi forse ci si troverebbe in una situazione assai diversa. Reviglio “condanna” l’economista inglese, che è anche l’evidente ispiratore delle politiche assistenzialistiche col deficit spending del Presidente americano, in modo lapidario: “Dall’inizio degli anni Ottanta l’impiego delle politiche keynesiane per contrastare una disoccupazione non più di natura ciclica, ma strutturale per gli effetti della globalizzazione, ha mostrato i suoi limiti; si è dimostrato non solo inefficace, ma anche dannoso. I debiti pubblici sono aumentati, soprattutto nel caso dell’Italia, senza però produrre i desiderati effetti positivi sulla crescita e sull’occupazione e nello stesso tempo si sono innescati germi dell’instabilità finanziaria”.

L’economista, poi, conclude: “La ricetta keynesiana non serve se è applicata a curare un male diverso da quello ciclico. L’insufficiente espansione dei sistemi economici non può essere affrontata con tale ricetta se la caduta dei tassi di attività e la nuova disoccupazione dipendono da cause di tipo strutturale, quali i cambiamenti nella divisione internazionale del lavoro e le rigidità dell’offerta di lavoro. Nel medio-lungo periodo un elevato debito pubblico determina una riduzione del tasso di crescita economica e quindi una perdita di posti di lavoro”.

A sostegno di questa ultima tesi di Reviglio – su questo tema esiste un dibattito considerevole tra economisti – attraverso una recente indagine empirica, Reinhart e Rogoff hanno dimostrato l’esistenza di una significativa correlazione inversa tra il livello del debito pubblico e il tasso di crescita economica per i paesi con un debito pubblico superiore al 90% del Pil. Si comprende, allora, come occorra porre mano con decisione alla riduzione del nostro debito, attraverso politiche strutturali, ma facendo attenzione a non farlo impoverendo famiglie e imprese attraverso una meccanica e semplicistica traslazione del debito pubblico sul debito privato.

È questa l’infelice idea di chi propone una patrimoniale – che sia una tantum o, peggio, continua si tratta sempre di risorse potenzialmente sottratte a consumi e investimenti -, che avrebbe un forte effetto depressivo. Esistono altri metodi da perseguire senza minare la crescita e, anzi, favorirla. Esistono proposte diverse di interventi strutturali in grado di ridurre strutturalmente il debito per farlo scendere sotto la parità nel rapporto debito/Pil, che trovano difficoltà politiche o problemi di tempistica: dalla vendita di una parte di patrimonio immobiliare pubblico alla privatizzazione di una quota di proprietà delle aziende di Stato, al passaggio definitivo alla pensione di vecchiaia innalzando la soglia dell’età pensionabile.

Si tratta di iniziative da avviare al più presto, in quanto consentirebbero una rivalutazione del nostro rating, una riduzione dello spread con i titoli decennali tedeschi e la possibilità di non emettere titoli di debito per circa un anno, oltre che consentire un risparmio considerevole sugli interessi sul debito che gravano sul bilancio dello Stato. Ma tutto questo non basta ancora, perché la stabilizzazione e la riduzione del debito possono essere conseguite solo se il prodotto aumenta, e pertanto allo scopo sono essenziali le riforme che abbattono le barriere alla crescita e alla competitività.

Occorre dunque attivare reali iniziative per la crescita. Servono politiche economiche e industriali nuove, non keynesiane e dirigistiche, ovvero non fondate sulla riduzione del costo dei singoli fattori della produzione neoclassici, ma sui “fattori abilitanti” sia agendo sull’ambiente (in senso organizzativo) dell’impresa, sia sui fattori interni in grado di rispondere alle sfide strutturali della globalizzazione.

Una politica dei fattori ambientali è lo Statuto delle imprese, in corso di approvazione al Senato (si spera possa diventare legge entro il corrente mese): interviene – a costo zero – su diversi fronti che contribuiscono a creare un contesto più favorevole alle imprese, e in particolare alle Pmi. Ma vi sono anche altre iniziative che si possono prendere in termini di semplificazione, ad esempio riportando al dettato originale delle direttive europee le leggi di recepimento delle stesse in senso fortemente penalizzante per le imprese italiane in materia di ambiente, di normative igienico-sanitarie, di sicurezza, di privacy, ecc. Dal punto di vista del rafforzamento strutturale delle imprese esiste una one best way, l’investimento in capitale umano qualificato.

Ambiente favorevole alle imprese e investimento nel capitale umano sono – insieme alla flat tax – le stesse proposte avanzate dal premio Nobel Gary Becker. Non si tratta appena di ridurre il cuneo fiscale, che non risolverebbe i problemi di competitività sul costo del lavoro rispetto all’Est Europa o al Far East, ma di una più efficace politica di defiscalizzazione attraverso il credito d’imposta per l’assunzione di capitale umano qualificato. Si potrebbe, ad esempio, concedere un credito d’imposta del 200% per le aziende che assumono giovani con il titolo di dottore di ricerca nelle materie scientifiche, ingegneristiche ed economiche, del 150% se i giovani possiedono un master universitario, e così via.

Questa politica – che ha il pregio di incrociare il rafforzamento del nostro sistema imprenditoriale e la giusta esigenza di valutazione effettiva del merito invocata dal mondo giovanile – non sarebbe a costo zero, ma potrebbe essere coperta attraverso una parte (circa il 30%) delle risorse derivate dal recupero di evasione che si otterrebbe con uno scudo fiscale sui patrimoni e sulla regolarizzazione fiscale, previdenziale ed edilizia, il cui valore gli esperti stimano attorno ai 100 miliardi di euro. La restante parte potrebbe andare ad assicurare il credito alle imprese per gli investimenti e a riequilibrare il nostro sistema di welfare per incentivare la spinta al futuro del nostro sistema sociale, attraverso il sostegno alla natalità, alla famiglia, alla ricerca e alla previdenza delle giovani generazioni.

Non abbiamo bisogno di Keynes, ma di una nuova – e politicamente coraggiosa – economia sociale di mercato. 

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