Liberiamo (la ricca) Italia

- Graziano Tarantini

I dati e le previsioni sull’economia italiana sono impietosi. Per questo, spiega GRAZIANO TARANTINI, nel nostro Paese occorre intervenire su due livelli

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Foto Imagoeconomica

“Non bisogna permettere che la Grecia esca dall’euro, poiché ci sarebbe un effetto domino. La speculazione non si fermerebbe, toccherebbe all’Italia e alla Spagna. E se l’avventura dell’euro dovesse terminare, tenendo conto degli effetti traumatici che questo avrebbe nei rapporti fra gli Stati, l’Europa si ridurrebbe a un simulacro di mercato unico, se mi permette pieno di buchi come una groviera”.

A dirlo è l’ex presidente della Commissione Europea Jacques Delors in un’intervista apparsa due settimane fa su Il Corriere della Sera. Parole che mai come in questo momento cercano di guardare la situazione difficile di oggi con una prospettiva lungimirante, quella visione che spesso invece manca e di cui c’è assoluto bisogno.

I numeri fotografano in modo impietoso uno scenario assai complicato. Per quanto riguarda l’Italia, secondo gli ultimi aggiornamenti di Prometeia, la crescita del Pil nel 2012 potrebbe essere solamente dello 0,2% in conseguenza delle politiche fiscali restrittive finalizzate al riequilibrio dei conti pubblici. A cascata ci saranno effetti anche sulla dinamica degli impieghi bancari, che nel prossimo anno registreranno un +3,7%, in calo rispetto al +5,2% del 2011. E ciò varrà sia per le famiglie, dove si avrà una contrazione della domanda per l’acquisto di abitazioni, che per le imprese come ricaduta della manovra fiscale.

Ma queste sono solo le conseguenze di un sistema che si è inceppato e che ora esige risposte straordinarie. Non ci sono alternative all’imperativo di riportare il debito al di sotto del Pil. Pensare di uscirne solo con il solito gioco delle parti, ripartendo costi e benefici secondo logiche datate di tipo consociativo (le stesse che hanno alimentato l’esplosione del debito), è una pericolosa illusione.

C’è poi da intervenire su due livelli. Innanzitutto, quello della riforma previdenziale a cui, volenti o nolenti, occorre mettere mano. Una società che guarda a se stessa pensando solo al presente ha come unico sbocco un declino che potrebbe essere più rapido di quanto si creda. Non c’è scritto da nessuna parte che lo sviluppo è una crescita senza fine.

L’intervento sulla previdenza deve andare di pari passo con un aiuto reale alla famiglia, tanto osannata a parole ma dimenticata nei fatti da tutti gli schieramenti politici, che sta svolgendo un ruolo di ammortizzatore sociale di cui pochi si rendono conto. Se dovesse essere ulteriormente coartata ci potrebbero essere ricadute sociali molto pesanti a cui lo Stato non sarà in grado di far fronte.

Il secondo livello su cui intervenire è quello delle liberalizzazioni, quelle vere, che sono altra cosa da un semplice processo di privatizzazione. L’Italia ha tante energie da liberare che oggi sono inespresse. Vanno eliminate tutte quelle difese di tipo corporativo che impediscono le riforme. Si pensi al mondo del lavoro che ipertutela chi è garantito dal posto fisso e lascia ai margini tutti gli altri.

Tutte misure che devono trovare il loro quadro di riferimento in un’azione comune della politica europea, che finora non c’è stata e di cui adesso scontiamo la debolezza. Altrimenti resterà davvero solo quel “simulacro di mercato unico” di cui parla Delors. Per imboccare la strada di questi cambiamenti necessari serve una politica forte capace di scelte senz’altro impopolari, che non sia rinchiusa nella ricerca a tutti i costi della sua autoconservazione.

È l’orizzonte che il Papa ha indicato nel suo intervento al Bundestag quando ha invitato i politici a spalancare le finestre della ragione “per vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto”. Insomma, tutt’altro che uno slogan a buon mercato gridato sulle pagine dei giornali.

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