Giustizia malata

- Paolo Tosoni

Si è appena celebrato il rito nei Tribunali d’Italia dell’apertura dell’anno giudiziario, in cui viene tracciato il bilancio dello stato della giustizia dell’anno passato

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Si è appena celebrato il rito nei Tribunali d’Italia dell’apertura dell’anno giudiziario, in cui viene tracciato il bilancio dello stato della giustizia dell’anno passato. Unanime da Roma a Milano e dalle altre sedi la denuncia di una situazione al collasso, con gravi ritardi nella celebrazione dei processi, carenza di fondi, di organici e di strumenti che possano rendere più efficiente il sistema.

Tuttavia, anche se non menzionato espressamente (tranne che nel comunicato diffuso dall’Associazione Nazionale Magistrati), si è colto nelle relazioni dei Presidenti di Corte d’Appello e dei Procuratori Generali della Repubblica che hanno criticato alcune annunciate riforme del Governo, che pesa come un macigno – impedendo un sereno e costruttivo dialogo tra le istituzioni – il conflitto tra i rappresentanti del Parlamento e la Magistratura, che in questi giorni ha toccato livelli di esasperazione elevatissimi.

Il vero problema, dunque, al di là delle analisi e delle statistiche che mostrano – ma non è certo una novità – l’urgenza di riformare il sistema in modo completo e organico, per renderlo adeguato allo sviluppo e ai mutamenti della società, è ripristinare le condizioni affinché si possano attuare le riforme necessarie. L’attuale, perdurante, conflitto tra i poteri, infatti, non lo permette: e ogni riforma introdotta o annunciata nasce già viziata nel suo reale intento e si presta alle più svariate strumentalizzazioni per affermare il proprio interesse di parte.

Inutile soffermarsi ad analizzare dove stanno i torti e le ragioni che, evidentemente, sono in egual misura distribuiti tra i contendenti; ciò che necessita, invece, è riattivare lo strumento che può permettere una reale indipendenza sia del potere politico, sia di quello giudiziario: il filtro tra l’esercizio dei due poteri che, fino all’abolizione dell’art. 68 della Costituzione nel 1993, era rappresentato dall’immunità parlamentare.

È un fatto, tristemente evidente in queste settimane, che la mancanza di tale tutela ha, da quella data, minato gravemente il primato della politica e della funzione legislativa (soprattutto in materia di giustizia) e l’autorevolezza stessa della Magistratura, agli occhi dei cittadini.

È da tempo che sosteniamo la necessità di reintrodurre l’istituto dell’immunità configurandolo sulle attuali esigenze (per evitare, possibilmente, gli abusi che sono stati fatti in passato), senza procedere per scorciatoie alternative, ma cercando una soluzione condivisa sulla base della quale, poi, iniziare finalmente il cammino delle riforme.

 

L’altro dato che ho accennato e che ha registrato anche un recente sondaggio pubblicato da ilsussidiario.net, è la perdita di stima e di fiducia da parte dei cittadini nei confronti della Magistratura. Il dato è grave, perché è pacifica l’importanza della funzione giudiziaria per l’assetto di una democrazia fondata sullo Stato di diritto e l’immagine di serietà e indipendenza di cui essa deve godere nei confronti dei cittadini al cui servizio si pone.

 

Ebbene, oltre alla sobrietà dei comportamenti cui devono attenersi coloro che esercitano la funzione giudiziaria, richiamata negli interventi dei Procuratori Generali, credo sia necessario porre l’accento su un problema ben più importante, quanto delicato: quello della responsabilità dei magistrati. I cittadini non comprendono perchè chi svolge una funzione tanto delicata e invasiva della sfera dei diritti fondamentali delle persone, non debba rispondere degli errori più o meno gravi, delle negligenze o delle imperizie commesse nello svolgimento del proprio lavoro.

È noto che nel 1987 ci fu un referendum che sancì la volontà popolare di prevedere forme di responsabilità per i magistrati, ma di fatto restò lettera morta. È chiaro che si tratta di trovare forme di verifica della responsabilità, sia sotto il profilo patrimoniale del risarcimento, sia sotto quello disciplinare, oltre che meccanismi di valutazione meritocratica e produttiva per gli avanzamenti di carriera, che si contemperino con il principio costituzionale di autonomia e indipendenza della Magistratura: ma tale difficoltà non può rappresentare l’alibi per non affrontare un problema che è sempre più avvertito dalla collettività.

 

La magistratura, dal canto suo, non deve rimanere arroccata su posizioni di salvaguardia delle proprie prerogative, negando la necessità di una riforma in tal senso, oltre che del Csm, quale proprio organo di autocontrollo: essa deve comprendere che ciò permetterebbe di recuperare quella credibilità di cui l’istituzione ha bisogno e di evitare gli abusi di una minoranza che ne ha screditato, nel tempo, la funzione.



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