Per non morire precari

- Stefano Colli-Lanzi

Il nostro sistema, per poter reagire meglio alla crisi, avrà sempre più bisogno di flessibilità, che coinvolgerà sempre più persone. Diventa necessaria quindi la flexicurity

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Immagini di repertorio (Infophoto)

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Con un Pil che scenderà quest’anno di oltre il 2%, è lecito attendersi nei prossimi mesi un tendenziale aumento della disoccupazione. Fortunatamente, si intravvede un certo allentamento della stretta finanziaria che sta soffocando anche le imprese sane. E non appena ci sarà un segnale di crescita assisteremo quasi certamente a una ripresa del lavoro flessibile. Il nostro sistema, per poter reagire meglio alla crisi, avrà quindi sempre più bisogno di flessibilità, che coinvolgerà sempre più persone. Diventa allora necessario dotarsi di strumenti che aiutino la flexicurity.

Collaborazioni a progetto e partite Iva utilizzate con l’intento di occultare lavoro dipendente sono evidenti forme di precarizzazione. Ma anche il lavoro a termine, pur rispettando minimi retributivi e contributivi, non rende sicuro il lavoratore: si trova infatti da solo nel momento in cui entra in un’azienda (che magari non lo supporta nella crescita professionale) e anche quando ne esce e si deve adoperare per cercare una nuova occupazione. Una flessibilità più “sicura” si può però riscontrare nella somministrazione.

Gli intermediari sono stati sempre visti in maniera negativa, ma oggi le Agenzie per il lavoro possono evitare che la precarietà di una mansione si trasformi in precarietà della persona. Assistito da un terzo (l’Agenzia), il lavoratore viene infatti aiutato a trovare un’occupazione ed è oggetto di investimenti sulla propria professionalità. Questo ruolo delle Agenzie viene implicitamente riconosciuto dalla recente riforma del lavoro, che evita l’utilizzo distorto di contratti a progetto e partite Iva e limita fortemente la reiterazione del tempo determinato, non riconosciuto come strumento ideale per gestire una flessibilità continuativa.

Oggi, quindi, la somministrazione non è più second best rispetto al tempo determinato. C’è anzi l’occasione per rendere più chiari gli strumenti con cui operare sul mercato: partendo dal presupposto che il contratto a tempo indeterminato è l’architrave fondamentale del lavoro, l’apprendistato può divenire la modalità di inserimento nel mercato, il tempo determinato una sorta di “prolungamento” del periodo di prova e la somministrazione il vero metodo per gestire la flessibilità e trasformarla in flexicurity, evitando le forme di precarizzazione.

Sempre che Governo e Parti sociali, impegnate in questi giorni sul fronte della produttività, non decidano di compiere un clamoroso passo indietro, proprio quando l’economia ha grande bisogno di flessibilità e l’impatto di quest’ultima sulla vita delle persone rischia di essere devastante.

La flexicurity può contribuire ad aumentare la competitività e produttività del nostro Paese. Anche se su questo fronte la vera sfida resta culturale: aumentare le ore di lavoro a parità di retribuzione, cercare di diminuire i costi del lavoro può risultare efficace nel breve periodo, ma alla lunga rischia solo di impoverire il sistema. Oggi occorre aumentare la capacità di produrre valore del lavoro, cioè la capacità di rispondere a dei bisogni. Solo se un lavoro serve a qualcosa crea ricchezza, ma se resta fine a se stesso…

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