Lezioni di greco

MARIO MAURO ci parla della situazione greca, del default scongiurato recentemente e di quanto questo costerebbe in realtà molto di più di un’eventuale uscita dall’euro del paese

10.02.2012 - Mario Mauro
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Foto Imagoeconomica

«La Grecia è unica per tutto». Con queste parole ieri il presidente della Banca Centrale europea, Mario Draghi, ha tranquillizzato l’Europa escludendo in maniera categorica che le misure di austerità approvate la scorsa notte da Atene costituiscano un modello di riferimento per gli altri paesi dell’Unione europea in difficoltà. Ad Atene Governo e partiti hanno raggiunto una decisiva intesa su quanto sollecitato da Unione europea, Banca centrale europea e Fondo Monetario internazionale.

Sono effettivamente molto pesanti le nuove regole contenute nel piano austerità che ha scongiurato  ancora una volta il default dello stato greco, dopo una giornata molto intensa, in cui si sono alternate voci rassicuranti e pessimismo. Ha avuto ragione il presidente Barroso, che non aveva mai considerato l’ipotesi default. «Vogliamo la Grecia nell’euro. Questo è molto importante non solo per lei, ma anche per l’euro e per il progetto europeo».

Sarà subito prorogata di un anno (2015) la deadline entro la quale Atene deve generare nei propri conti pubblici un avanzo primario di 4,5 miliardi di euro. Le nuove misure di austerity (tra le quali spicca la riduzione del 20% del salario minimo, con 15.000 licenziamenti nel settore pubblico), che si aggiungono a quelle già messe in atto negli scorsi mesi, dovranno obbligatoriamente essere pari a 10 miliardi di euro. Ricordo soltanto alcune delle norme anticrisi fin qui adottate: obiettivo di ridurre di 150.000 il numero dei dipendenti pubblici entro il 2015; età pensionabile delle donne elevata a 65 anni, come quella degli uomini; pensioni di anzianità sotto i 60 anni disincentivate; assegno previdenziale legato all’andamento del Pil (dal 2014); abolizione dei trattamenti di reversibilità; riduzione tredicesime e quattordicesime. Tutto questo insieme a molte nuove tasse tra cui una specie di patrimoniale sulla casa, ed alcune altre sui consumi.

Manca ora solo l’approvazione da parte dell’Eurogruppo, che però ha lasciato intendere che l’accordo ci sarà, probabilmente la prossima settimana. Parlando della Grecia, il Presidente Barroso nei giorni scorsi ha aggiunto che “il costo di un default e della sua eventuale uscita sarebbe molto più elevato del costo di continuare a sostenerla”.

Ieri su Il Corriere della Sera il Professor Quadrio Curzio descriveva in maniera puntuale e molto verosimile i possibili effetti di un’uscita della Grecia dall’area Euro: “Il primo effetto pesante sarebbe sul Paese stesso, perché una dracma svalutata del 50% sulla moneta unica, rispetto al cambio d’ingresso, avrebbe conseguenze drammatiche sul costo delle importazioni senza espandere molto le esportazioni data la natura agro-ittico-turistica di quell’economia. Inoltre, i debiti in valuta, per quanto ristrutturati sul passato, dovrebbero essere pagati in euro o in dollari anche per le importazioni. Né si può pensare a un afflusso di investimenti privati dall’estero, perché i bassi salari non compenserebbero un contesto socio-istituzionale ed economico disastrato.

Anche l’eurozona avrebbe i suoi contraccolpi. Innanzitutto perché la credibilità dell’Unione monetaria sarebbe duramente colpita per non aver previsto prima e governato poi la ristrutturazione di un Paese membro, prefigurando inoltre con ciò la possibile uscita di altre nazioni dell’eurozona. Primo candidato il Portogallo. Come può l’Europa, che si è allargata ai Paesi dell’Est e che ha anche di recente ammesso alla moneta unica alcune nazioni di quell’area, diventare una stazione di arrivi e partenze?”.

I vertici delle istituzioni europee continuano giustamente a escludere un piano B, una strada diversa da quella dell’integrazione economica, monetaria e politica. Credo tuttavia che questa forza di volontà ideale e questa convinzione rispetto alla bontà del progetto europeo si esauriranno senza un rafforzamento di quel progetto sotto il profilo istituzionale e democratico. L’unica soluzione sono gli Stati Uniti d’Europa. Che cosa vuole dire questo concretamente? Come intendere tempi, modi e forme di un percorso che non sia solo un tuffo nella retorica europeista? Forse è venuto il momento di azzardare un nuovo disegno.

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