Ucraina, che cosa abbiamo dimenticato?

- Giovanna Parravicini

È possibile chiudere gli occhi e censurare la realtà anche davanti alle terribili immagini dei rottami e dei monconi umani sparsi nella campagna ucraina. GIOVANNA PARRAVICINI

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Immagini di repertorio (Infophoto)

È la realtà, quello che abbiamo dimenticato. È possibile chiudere gli occhi e censurarla anche davanti alle terribili immagini dei rottami e dei monconi umani sparsi nella campagna ucraina. Dalla realtà prendiamo spunto per un facile sentimentalismo, lasciandoci «commuovere» davanti a un passeggino o a un pupazzetto riverso sull’erba, ma poi voltiamo pagina e non ci facciamo scrupolo di scavalcarla cinicamente per lasciar spazio ad accuse e dietrologie che avallino questa o quella posizione ideologica.

Nell’escalation delle azioni belliche in atto nelle regioni dell’Ucraina orientale, questi 298 morti – li abbiamo visti, impietosamente esposti nelle immagini di internet, della televisione e dei giornali, e in qualche modo li abbiamo conosciuti, abbiamo saputo che tra loro c’erano 80 bambini e molti che andavano a un convegno per la lotta all’Aids – ebbene, purtroppo neppure questi morti sono serviti a provocare un provvidenziale urto, uno schiaffo della realtà. Sono stati fagocitati anche loro, vergognosamente rimbalzati a destra e a manca sui media per provare che la colpa è dell’uno o dell’altro blocco in cui da mesi il mondo sembra essersi diviso.

Colgo alcune battute alla televisione russa, stanno intervistando dei passanti a proposito dell’aereo abbattuto. Una ragazza risponde senza esitare: «È chiaro, sono stati gli americani». L’intervistatore incalza: «Ma com’è possibile, secondo lei? Non c’erano a bordo 23 cittadini americani?». La risposta segue, imperturbabile: «Beh, sa, il popolo americano è così crudele…». L’operazione mentale di questa ragazza, che probabilmente non ha mai conosciuto un americano in vita sua, non è così risibile. Non fa che applicare un meccanismo che è ben noto a ciascuno di noi, quando anziché fare la fatica di giocarci nell’esperienza preferiamo affidarci a formule o valori astratti, preconfezionati.

Un meccanismo comodo ma estremamente pericoloso. Pericoloso perché suicida. L’ha spiegato bene il giornalista televisivo russo Aleksandr Archangel’skij, ricordando il disastro del jumbo sudcoreano abbattuto nel 1983 dall’Urss: «Ricordo come se fosse oggi quella sera del 6 o 7 settembre 1983, quando al telegiornale l’autorevole analista Borovik tentava di far quadrare l’impossibile, riconoscendo per la prima volta che l’aereo l’avevamo abbattuto noi, ma declinando che ne avessimo la responsabilità. Prima si era mentito, l’aereo non esisteva, poi si era ammesso che sì, c’era stato ma si era allontanato in direzione ignota, poi che aveva avuto un’avaria sopra le acque del Giappone… Infine il maresciallo Achromeev spiegò al paese come gli americani avessero fatto sconfinare apposta l’aereo nel nostro spazio, e i colpevoli fossero loro… Pochi mesi dopo morì Andropov. Otto anni dopo Achromeev si impiccò nel suo ufficio al Cremlino. E l’Urss scomparve dalla vista dei radar».

Di fronte a quest’ennesima tragica svolta della guerra in Ucraina non possiamo continuare a seguire questa tattica. La ricerca della verità richiede tenacia, pazienza, e soprattutto disponibilità a rimettere in questione sé e a dar fiducia all’altro. Bisogna esigerla dagli inquirenti, lavorare perché emerga, ma non si può essere meno esigenti con se stessi. 

Oggi invece sembra che la presunzione di innocenza, una delle più grandi conquiste del diritto civile, non valga più. Non ci si accontenta di ipotizzare un errore umano (un razzo partito dall’una o dall’altra parte per un tragico errore, pensando ad esempio di abbattere un cargo ucraino che passava sulla stessa rotta, che tra tutte quelle che ho letto mi parrebbe l’ipotesi più verosimile): si punta al crimine premeditato, si gioca ad amplificare, a demonizzare il nemico, con il risultato di ingigantire mostruosamente l’odio e, contemporaneamente, di perdere il contatto con la realtà.

Mi sembra che oggi la realtà, a un prezzo altissimo, ci stia offrendo una nuova occasione per fare un passo indietro e chiederci fin dove ci abbia portato la spirale di astio e di rancore in cui da mesi la Russia sta vivendo, a cui certamente contribuisce la propaganda ufficiale, ma che si respira anche sulle pagine Fb di ottimi cristiani o su periodici che si battono per i valori tradizionali… Ci viene offerta un’occasione per ricominciare – con la pazienza delle donne anziane che sul Majdan rompevano il ghiaccio prodotto dai getti degli idranti dell’esercito – a rompere il ghiaccio dell’odio e dell’indifferenza, delle formule stereotipe, perché possano scorrere i rivoli d’acqua fresca delle domande, del dialogo, della responsabilità, del perdono. Se non ritroviamo questa verità, neppure un’equa sentenza o una ricostruzione veridica dei fatti varrà a salvarci.

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