La risposta a populismo e violenza

- Fernando De Haro

La violenza rappresenta, prima ancora dei problemi economici o del populismo politico, la sfida che deve affrontare l’America Latina. L’analisi di FERNANDO DE HARO

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Immagine di archivio

La differenza tra la vita e la morte può dipendere dal non fermarsi a lungo ai semafori o da alcuni muri alti per proteggere la propria casa. Così si vive a Caracas. La sicurezza è un’ossessione nella capitale del Venezuela, una delle città a più alto tasso di criminalità del mondo. C’è sempre o quasi sempre paura. Quelli che possono si chiudono in case che sembrano bunker, senza quasi mai camminare per strada. La delinquenza comune è stata una delle armi sociali del chavismo, che ha così raggiunto l’egemonia politica. Nei prossimi mesi, con l’avvicinarsi delle elezioni decisive per Maduro e il progressivo indebolimento del Presidente, la violenza certamente aumenterà. 

Gli omicidi, i rapimenti, le estorsioni non sono però solamente un problema del regime quasi-totalitario del Venezuela. Il male si estende come un cancro per tutta l’America Latina e mette in evidenza la debolezza di un governo così apparentemente solido come quello di Pena Nieto in Messico.

L’elezione alla presidenza di un rappresentante del vecchio Pri, il partito-Stato che ha governato per molti anni il Paese centroamericano, venne salutata nel 2012 come il ritorno al potere dell’unica organizzazione capace di controllare tutti i gangli istituzionali. Tuttavia la violenza ha messo in evidenza che anche il Pri è nudo o seminudo. La scomparsa di 43 studenti a Iguala e l’esecuzione di 22 persone a Tlatlaya hanno tolto molta credibilità a Enrique Pena Nieto. Ingenerosamente, il Financial Times è arrivato a paragonare il Messico con la Nigeria per l’incapacità di far rispettare la legge in alcune zone del Paese: in Nigeria quelle controllate da Boko Haram, in Messico dai narcotrafficanti.

La violenza che scuote l’America Latina rappresenta, più dei problemi economici o del populismo, la sfida che si trova davanti quello che una volta veniva chiamato il “Continente della speranza”. La violenza è per certi versi una sfida aperta da 200 anni, dopo l’indipendenza. Certo, non si può generalizzare: Venezuela, Cile, Honduras, Costa Rica, Messico e Panama non sono uguali; ma ci sono dei tratti comuni.

Dal punto di vista economico generale si può dire che la disuguaglianza continua a essere forte, la crescita del Pil spesso si ottiene a costo di grandi squilibri e con mancanza di produttività. Tuttavia sono lontane le crisi degli anni ’80 e ’90: nell’ultimo decennio i tassi di crescita sono arrivati al 4% annuo, nonostante quel che accadeva in Europa e negli Usa. Ora c’è il timore che l’annunciato rialzo dei tassi di interesse da parte della Fed possa portare a un rallentamento. Nonostante questo, per importanti zone del continente ci si attende una crescita del 2,2% nel 2016.

Nei prossimi mesi ci saranno due importanti appuntamenti per i populismi: le elezioni in Venezuela e in Argentina. La svolta di Cuba, con il suo storico avvicinamento agli Usa, potrebbe portare un vento nuovo. Gli errori commessi da Maduro lasciano pensare che potrebbe avvicinarsi la fine del regime bolivariano, pur tra sofferenze, sempre che l’opposizione riesca a unirsi. Non bisogna cantare vittoria troppo presto, ma l’evoluzione politica della Bolivia, e in misura minore dell’Ecuador, sembrano consentire un certo ottimismo.

I dati che abbiamo sulla violenza, tuttavia, rendono il quadro più cupo. Infatti, in America Latina c’è stato un milione di omicidi negli ultimi 10 anni. Nel continente si registra il 30% degli omicidi mondiali. Il 72% degli argentini ha subito un furto o è una persona vicina a chi l’ha subito. I sequestri sono all’ordine del giorno. Le cause di questa “violenza epidemica”, come la chiamano alcuni, sono diverse. Non si può continuare a incolpare l’economia, ma bisogna guardare ai problemi educativi, alla mancanza di strutturazione della società, alla debolezza dei sistemi giudiziari e al narcotraffico.

Molti paesi dell’America Latina devono certamente consolidare il loro Stato di diritto: è una vecchia sfida, che non si risolve con uno statalismo che gira le spalle alla società, né con più mercato. Ci vuole più società perché ci sia più Stato, e più società c’è solamente quando sorgono veri protagonisti della costruzione sociale. Le vittime della violenza, quando superano la spirale del male in cui sono state immerse, sono protagonisti eccezionali di questo cambiamento.

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