Il coraggio di Draghi e quel “manifesto di Rimini”

- Gianni Credit

Alla Scuola Sant’Anna di Pisa non è stata la prima volta che Mario Draghi ha invitato gli italiani, soprattutto i più giovani, ad avere “coraggio”. Lo aveva già fatto al Meeting di Rimini

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Mario Draghi (LaPresse)

Alla Scuola Sant’Anna di Pisa non è stata la prima volta che Mario Draghi ha invitato gli italiani — soprattutto i più giovani — ad avere “coraggio”. Al Meeting di Rimini del 2009 aveva spiegato la radici personali del suo “vangelo del coraggio”. In Auditorium aveva raccontato che suo padre (scomparso quando l’attuale presidente della Bce era ancora molto giovane) gli aveva lasciato in eredità una massima: “Se perdi del denaro non hai perso niente perché con un buon affare lo potrai recuperare; se hai perso l’onore hai perso molto ma con un atto eroico lo potrai riavere, ma se hai perso il coraggio hai perso tutto”. Due anni dopo il governatore della Banca d’Italia veniva chiamato a Francoforte.

Ora il suo mandato si avvia a conclusione e Draghi ha voluto riaffermare la sua fiducia nel “coraggio”, anche quello che gli viene dall’“orgoglio italiano”: cioè l’impegno nella costruzione europea contro i pericoli di derive “illiberali”. Ma il discorso di Rimini, in risposta a un invito dell’Intergruppo per la Sussidiarietà, merita di essere riletto. Draghi parlava quando la crisi finanziaria era appena deflagrata eppure la sua riflessione veniva da lontano (una crescita italiana poco vigorosa “negli ultimi 10 e 15 anni”) e guardava lontano: alla necessità di risolvere nel sistema-Paese tre nodi strutturali. E le tre combinazioni analisi-ricetta — a quasi un decennio — appaiono (purtroppo) di assoluta attualità.

“Il primo nodo — disse Draghi a Rimini — riguarda il capitale umano. in Italia esiste una specie di circolo vizioso per cui essere istruiti, soprattutto, essere istruiti a livello universitario paga meno in termini di carriera e di retribuzione di quanto non paghi in altri paesi, altri paesi anche simili a noi, paesi europei. Il risultato è che, forse inconsapevolmente, le famiglie investono meno in educazione di quanto si faccia in altri paesi e le imprese a loro volta adottano delle tecnologie che sono meno moderne di quelle che potrebbero adottare se le persone che assumono fossero più istruite. Perché questo? La risposta è sostanzialmente nella scarsa capacità segnaletica del nostro sistema di istruzione, nel fatto che il sistema di istruzione di scuola superiore ed universitario non segnala il merito, l’eccellenza, il valore dello studente. Cosa fare? Qui le parole chiave su cosa fare sono: competizione, informazione, autonomia, equità. Anzitutto è necessario che i vari istituti scolastici competano fra di loro. Tutte le scuole dovrebbero godere di una maggiore autonomia nella scelta degli insegnanti, quelle che conseguono risultati migliori dovrebbero godere di incentivi finanziari”. 

“Una copertura estesa a tutti coloro che cercano lavoro, non una copertura a raggiera anche a coloro che non cercano lavoro”: Draghi sintetizzò così la sua raccomandazione riguardo al problema della disoccupazione che già nel 2009 appariva l’emergenza italiana. E già allora Draghi invitava forze politiche e parti sociali a cercare nella cornice del mercato del lavoro le soluzioni ai problemi dei giovani in cerca di un’occupazione e dei meno giovani che la crisi priva del loro posto di lavoro. Appariva già allora impraticabile ogni vecchia visione puramente assistenzialistica — e statalistica — per chi non ha un lavoro (la “riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali” fortemente sostenuta da Draghi a Rimini ha poi in effetti avuto seguiti importanti: anzitutto nel Jobs Act).

Terza e non ultima emergenza strutturale che il governatore Bankitalia sollecitava ad affrontare era “il divario territoriale”: a partire da quello Nord-Sud, ma non solo. “Quando si pensa alla Cassa del Mezzogiorno — notò significativamente Draghi — si può dire che finché faceva ponti e strade non ha fatto male, è quando poi ha cominciato a intervenire sul mercato, distribuendo incentivi finanziari alle imprese, allora le cose hanno cominciato ad andare male”.

In secondo luogo, su un piano “di metodo” Draghi diceva: “Scegliamo nel catalogo di leggi sulla amministrazione giudiziaria, sull’ordine pubblico, sullo smaltimento dei rifiuti, sull’istruzione, sulla sanità; la spesa procapite nella sanità è pressoché equivalente nel sud, nel centro e nel nord, eppure i livelli di qualità nel sud sono molto più bassi, ne è poi conseguenza un esodo straordinario di pazienti dal sud al nord; questo è uno spreco di risorse e francamente anche uno scandalo”. Eppure “queste sono leggi sull’intero territorio nazionale però la loro applicazione produce al sud una performance inferiore a quella del nord, sistematicamente. Allora la conclusione che uno ne dovrebbe trarre è che le leggi possono essere sbagliate o giuste ma di per sé queste leggi non hanno effetto sul sud, è la loro applicazione che è diversa. Piuttosto che pensare inventare nuove leggi occorre investire nell’applicazione delle leggi esistenti”.

Le ultime parole di Draghi a Rimini? “Senza stabilità finanziaria non si va da nessuna parte e la stabilità finanziaria poggia su due pilastri: la buona tenuta dei conti pubblici, da un lato, ma soprattutto la crescita. Senza crescita non si esce dalla situazione di alto debito pubblico che noi abbiamo avuto”.

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