Cambiare sì, ma all’italiana

In questo inizio d’anno così incerto è difficile anche capire quale direzione stia imboccando il sistema Italia per il suo sviluppo

11.01.2019 - Giorgio Vittadini
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Le tante vicende che agitano le cronache di questo inizio 2019 non aiutano a comprendere quale direzione stia imboccando il sistema Italia. Quale assetto voglia assumere a livello economico e sociale, oltre che politico. E quali priorità persegua. Questi aspetti caratterizzeranno il 2019, un anno che, secondo la maggioranza degli analisti, sarà per questa ragione decisivo.

Senza voler ridurre il problema dell’incertezza generale al solo tema dello sviluppo economico, sarà senz’altro questo però il banco di prova per capire se una parte determinante del Paese riprenderà coscienza di sé e se si attrezzerà per proseguire un cammino in grado di ottenere risultati concreti.

Il problema della crescita deve essere affrontato in modo radicale e può essere perseguito in un Paese che è stato in passato autore di un miracolo economico nei “magnifici trenta” ed è diventato un membro del G7 guadagnando anche il ruolo di quinta potenza industriale del mondo. Ora, questo stesso Paese non riesce a recuperare, unico insieme alla Grecia in Europa, il livello di crescita pre-crisi 2008 e ha un Pil pro capite inferiore a quello del 2000, al netto dell’inflazione.

Per ottenere il rilancio sperato è necessario soprattutto smettere di rincorrere modelli economici e finanziari che non rispecchiano ciò che è l’Italia: un sistema di sviluppo economico diffuso che ha una ricchezza sociale incredibile e ha una grande forza creativa.

Ricorre continuamente il tema delle dimensioni delle imprese italiane. Ci viene “rimproverato” da più parti che aziende così piccole (in media hanno meno di 4 addetti) sono per natura meno produttive e meno competitive sul mercato globale. Si può dire che ciò che viene contestato all’Italia è vero fino a un certo punto, come hanno dimostrato, anche recentemente in periodo di crisi, le nostre multinazionali tascabili e le moltissime imprese che hanno saputo rinnovarsi e inserirsi su tutti mercati esteri.

Infine, bisognerebbe anche domandarsi se è più importante avere un sistema in continuo fermento, quale è quello italiano, rispetto ad altri sistemi che sembrano immobili. Tanto per intenderci, ogni anno in Italia ci sono 364mila nuove imprese con un saldo positivo di 44mila, che sono radicate sul territorio nazionale e che producono ricchezza, magari non sempre elevata, ma diffusa e capace di essere un elemento decisivo anche a livello di sviluppo sociale. D’altra parte, è proprio una ricchezza privata così articolata, per quanto in via di ridimensionamento, che rimane il principale fattore di tenuta economica e sociale del Paese.

Per questo sarebbe sbagliato snaturare quello che è sempre stato il DNA della nostra economia. Non si tratta di un legame nostalgico alla tradizione, ma di una visione di economia e di sviluppo diversi e caratteristici dell’Italia.

Come ha recentemente scritto Fulvio Coltorti, ex direttore dell’area studi di Mediobanca, se è vero che le piccole dimensioni delle imprese non consentono di sfruttare le economie di scala al loro interno, questo viene fatto all’esterno, attraverso le filiere e le reti in cui sono inserite.

Infine bisognerà chiedersi: che cosa vuol dire innovare? Se il tasso di innovazione viene espresso dalla quota delle vendite online (come ha suggerito di recente il Financial Times), forse c’è da chiedersi se si stia parlando di un’idea di economia pertinente non solo all’Italia, ma al mondo intero.

C’è innanzitutto da ricordare che l’innovazione dovrebbe servire a migliorare le condizioni di lavoro, non a ridurre l’occupazione. I lavoratori dovrebbero aggiornare continuamente la loro formazione professionale. E questo ci porta al secondo problema che riguarda appunto il sistema formativo. Attualmente abbiamo la più alta percentuale in Europa di giovani che non studiano e non lavorano (Neet); i risultati dei nostri studenti nei test internazionali sono deludenti; la dispersione scolastica è alta e solo un terzo dei giovani tra i 24 e i 35 anni è laureato.

Ma nello stesso tempo, chi segue l’intero percorso formativo, arriva a livelli di eccellenza che sono apprezzati in tutto il mondo. Come è possibile allora che il sistema non abbia valore?

Sicuramente c’è un problema di sfasamento tra domanda e offerta di lavoro, in particolare in ambito tecnico-professionale. Ma anche in questo caso vanno sostenuti i punti di forza e non si deve cercare di applicare modelli che non corrispondono alla realtà italiana.

Le Pmi hanno solo bisogno in realtà di essere sostenute, semplificando la burocrazia, alleggerendo la pressione fiscale, rendendo più efficiente la Pubblica amministrazione e la giustizia civile. In altri termini, hanno la necessità di avere al loro fianco uno Stato che punti su di loro, che sia efficiente e valorizzi la loro funzione.

Infine, in questo momento, c’è soprattutto bisogno di una grande svolta culturale per motivare chi fa impresa a reinvestire nell’attività e creare lavoro.

È questa la strada verso lo sviluppo italiano.

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