La risposta al disfattismo (italiano)

Ha fatto bene il direttore degli Uffizi a rivendicare la restituzione di un quadro sottratto dai nazisti nel 1944: un museo non deve solo salvare il passato ma creare narrazioni

03.01.2019 - Giuseppe Frangi
Scavi e restauro a Pompei (LaPresse)

Ha fatto bene il direttore degli Uffizi a rivendicare la restituzione di un quadro sottratto dai nazisti nel 1944. Intendiamoci, non è che agli Uffizi e a Palazzo Pitti (che fanno parte del medesimo polo museale) manchino certo di capolavori e quindi a quella Natura morta dipinta da un artista olandese, Jan Van Huysum, a inizi 1700 si poteva anche rinunciare. Ma Eike Schmidt, che è tedesco e fa parte delle nomine tanto discusse fatte dall’ex ministro Dario Franceschini, è stato deciso e puntiglioso nelle sue motivazioni: quel quadro era stato acquistato dal granduca Leopoldo II di Lorena nel 1824 per le raccolte di Palazzo Pitti, raccolte che nel 1834 il granduca aprì al pubblico. Aveva quindi una sua ragion d’essere, dialogava con altre opere che erano state messe vicine e raccontava qualcosa che il visitatore poteva intercettare e fare proprio.

L’identità e la funzione di un museo del resto è data da questa capacità di stabilire discorsi attraverso le opere; dunque anche le opere minori sono anelli indispensabili di queste narrazioni. Quindi Schmidt, rivendicando la restituzione del quadro al suo stesso paese (lui infatti è tedesco), ha molto più semplicemente rivendicato l’idea che il museo è un valore per tutti e che questa funzione va salvaguardata da parte di chi ne ha la guida e la responsabilità. Insomma, al di là del valore dell’opera in gioco, una bella lezione di cosa sia un “bene culturale”. Vedremo come la Germania si comporterà, visto che l’opera sarebbe nelle mani degli eredi del soldato che la trafugò…

L’episodio fiorentino però dà l’occasione per aprire un discorso che nel disfattismo italiano non si sente mai fare. Oggi a Pompei riapre la famosa Casa dei Gladiatori; famosa perché nel 2010 era crollata la struttura di cemento armato, costruita nel dopoguerra, che la proteggeva. Allora si innescò una campagna di stampa mondiale davvero distruttiva per il nostro paese. Nove anni dopo quel sito riapre al pubblico (le visite saranno possibili ogni giovedì), e la riapertura arriva in coda ad una serie di tante importanti scoperte che hanno cambiato se non il volto certamente la reputazione di Pompei. Merito va ad un altro ottimo direttore, Massimo Osanna, che proprio oggi finisce il mandato e che si è ricandidato per un bis, ammesso a norma di legge. Certamente contano anche i 105 milioni messi sul Progetto Grande Pompei, ma nulla sarebbe possibile senza una squadra di bravi archeologi e bravi funzionari guidati da un bravo direttore.

Il 2019 dei musei italiani dunque si apre bene, come del resto si era chiuso bene il 2018. Infatti un altro caso di cui è doveroso parlare è quello della Pinacoteca di Brera a Milano. Un museo che ha avuto una storia travagliata come pochi altri, perché in anni cruciali della sua storia recente aveva perso precocemente due grandi direttori, Fernanda Wittgens e Franco Russoli. Il sogno della Grande Brera ha poi accompagnato con i suoi continui e incredibili fallimenti gli anni più bui della storia milanese tra anni 80 e 90. Ora quel nodo non è ancora del tutto risolto, ma intanto Brera è rinata grazie all’iniziativa del suo direttore “straniero” James Bradburne e della sua squadra: è un museo bellissimo, arioso, vivibile come pochi altri per via di quei suoi grandi spazi. È un museo vivo, che ti prende per mano, capace di uno stile di comunicazione nuovo, al passo con i tempi (ad esempio, sono state aggiornate e rivoluzionate tutte le didascalie). Ed è stata una bella sorpresa quella del Calendario dell’Avvento messo sul sito di Brera a dicembre: ogni giorno si poteva aprire una finestrella scoprendo un’opera natalizia tra quelle custodite nel museo. Che anche in questo modo ha voluto riaffermare di essere una casa di tutti e per tutti.

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