Lacrime e sangue per i nuovi italiani

- Giorgio Vittadini

La vicenda Ilva è emblematica ed esemplificativa del declino trentennale italiano, una conseguenza non prevista della sedicente Seconda Repubblica

DiMaio Patuanelli Lapresse1280
Luigi Di Maio e Stefano Patuanelli (Lapresse)

La vicenda Ilva da farsa sta diventando tragedia. Non è solo più una vicenda di crisi industriale. È invece una questione emblematica ed esemplificativa del declino trentennale italiano, una conseguenza non prevista della sedicente Seconda Repubblica avviata con Tangentopoli. L’eredità disastrosa della stagione di “Mani pulite” si sostanzia in: giustizialismo, mancanza di responsabilità personale, perdita della cultura industriale, totale incompetenza della classe politica.

Andiamo con ordine e cominciamo con il giustizialismo: il nostro è uno stato di diritto che vive sulla presunzione di innocenza di fronte all’accusa e rifiuta l’idea manichea che esistano categorie di persone a priori cattive o buone. Una grande conquista che però si sta perdendo. Ancora adesso gruppi etnici, culturali, religiosi, politici sono considerati a priori nemici del progresso e potenzialmente colpevoli. Un famoso magistrato ha detto che non ci sono innocenti, ma persone che devono dimostrare la loro non colpevolezza. Sic!

Non solo. Ci sono persone e gruppi che vengono condannati non dai tribunali, ma da un’opinione pubblica ideologica e prevenuta attraverso i media. Innumerevoli sono i cittadini che sono risultati innocenti alla fine di un procedimento, ma che sono rimasti distrutti economicamente e umanamente a opera di lobby culturali, politiche e giornalistiche.

Il secondo aspetto, collegato strettamente al giustizialismo, è la fine della responsabilità personale. Nell’avvicendamento dei poteri, in questi anni, si è verificata una costante: nessuno è responsabile di ciò che capita, ma tutto diventa colpa del gruppo nemico. Non importa il tema: economia, politica estera, ordine pubblico, interventi di fronte a calamità naturali, questioni istituzionali. Tutto è sempre colpa degli altri.

Alcide De Gasperi andò alla conferenza di pace di Parigi nel 1946, assumendosi le colpe del fascismo di cui era stato vittima, oltre che fiero oppositore. Oggi invece il manicheismo regna sovrano e il principio della responsabilità nelle cariche pubbliche è completamente saltato. Lo schema italiano delle “baruffe chiozzotte” è diventato una regola anche nei rapporti pubblici.

La mancanza di responsabilità personale e sociale diventa palese nel modo di concepire lo sviluppo complessivo di un Paese. Perché l’Italia è in crisi e non cresce? È colpa dell’Europa, degli imprenditori che non investono, dei governi precedenti che non hanno fatto niente, della Democrazia cristiana, dell’industria che viene vissuta come una sciagura. Al contrario, lo Stato e l’impresa sono diventate “vacche da mungere” per elargire mance ai cittadini. Come ad esempio nel caso del reddito di cittadinanza che, come ha appena certificato la Svimez, pur essendo un aiuto ai meno abbienti, allontana di fatto dalla ricerca del lavoro.

Sembra che per finanziare la sanità, l’istruzione, l’assistenza, non serva incrementare il prodotto nazionale. Anzi, si vuole fare credere che si possa decrescere “felicemente” senza dover rinunciare al tenore di vita che abbiamo. E c’è anche chi contrabbanda la favola che si possa aumentare il reddito senza costruire oleodotti che portano gas e petrolio, inceneritori che trasformano rifiuti in energia, ferrovie che trasportano le merci, porti che intercettano i commerci del Mediterraneo, industrie che producono acciaio. E ancora, tanti continuano a credere che si possa salvaguardare la salute del pianeta senza utilizzare le tecnologie più avanzate in modo non distruttivo.

E se poi ci sono in Italia 150 casi aziendali irrisolti, Alitalia e Ilva da salvare, basta proporre di nazionalizzarle. Non si sa con che soldi. Mutatis mutandis, è la stessa logica con cui i primi responsabili di Tangentopoli hanno svenduto i gioielli di famiglia sul panfilo Britannia nel 1992.

E si potrebbe continuare, ma la parola che sintetizza tutto questo sembra proprio una: ignoranza. Si pensa che si possa dirigere un ministero o addirittura un Paese in difficoltà come l’Italia senza aver studiato. Anzi, ci si vanta di non avere né laurea, né diplomi, con uno sprezzante e cinico senso di superiorità verso chi ha fatto sacrifici per costruirsi passo dopo passo una carriera, prima di studio poi di lavoro.

L’onda lunga del qualunquismo e della malafede, conseguenza dell’avere buttato via il bambino con l’acqua sporca dopo Tangentopoli, è arrivata all’ultimo stadio. Giornalisti ammalati di protagonismo o di ideologia hanno favorito e, in alcuni casi ancora favoriscono, questi nuovi barbari che spingono l’Italia nel baratro.

Non ci sono toccasana facili e politici: occorre ricominciare da capo, dal desiderio, dal sacrificio, dal lavoro, dal mettersi insieme in nome dell’ideale, dal riscoprire queste dimenticate virtù italiane.

Siamo quasi nel baratro, non servono uomini soli al comando, e nemmeno Masanielli.

Ci attendono lacrime e sangue, ma se si affronta la realtà con senso civico e ideale si può battere la strada anche di un’avventura interessante.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ultimi Editoriali

Vedi tutti