I nuovi cristiani e la Terra Santa

- Fernando De Haro

Per i cristiani della Terra Santa i pellegrini, perlopiù provenienti dall’Estremo Oriente, rappresentano una buona notizia

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Fedeli in preghiera nella Basilica della Natività a Betlemme (Lapresse)

Si svegliano molto prima dell’alba, prima che il sole tinga di rosso le pietre bianche con cui tutto è costruito in Terra Santa. In questi giorni i pellegrini, provenienti soprattutto dall’Asia, cominciano ad arrivare alla spianata della Basilica della Natività prima delle cinque del mattino. E c’è già qualcuno che vende loro tè o caffè. Vengono, come dice Francesco, a sentire, a toccare la povertà che il Figlio di Dio ha scelto per se stesso nella sua incarnazione. Sono i nuovi pastori che corrono a Betlemme, molti dei quali provenienti dall’Estremo Oriente, contemporanei dell’avvenimento che si è fatto vivo e attuale nei più diversi contesti storici e culturali.

Paradossi del momento: chi viene da lontano, da mondi diversi, è autorizzato a vedere il luogo in cui quel modo di agire di Dio quasi stordisce perché dorme, beve il latte da sua madre, piange e gioca come tutti i bambini, mentre quanti vivono nelle vicinanze, a un’ora e mezza di auto, dovranno guardare le statuine dei presepi che sono stati installati nella parrocchia cattolica della Sacra Famiglia e nella parrocchia ortodossa di San Porfirio nel centro storico di Gaza. Restano meno di 1.000 cristiani nella Striscia e alcuni di loro avevano chiesto questo Natale di transitare dal valico di Erez, ma non potranno farlo.

I pellegrini fanno lunghe code davanti alla Basilica della Natività ed è stato necessario prolungare l’orario di apertura fino alle otto di sera. L’anno si chiuderà con oltre tre milioni di pellegrini, con una crescita del 17% rispetto allo scorso anno. Ci sono 12.000 posti letto per trascorrere la notte in quella piccola città in cui nacque Gesù, isolata dal resto del mondo da un muro vergognoso che continua ad allungarsi attraverso la Cisgiordania per costruire la Grande Gerusalemme. Non molti anni fa c’erano solo 2.000 posti letto. Si è continuato a lavorare in questo periodo per accogliere i pellegrini. Una buona notizia quando i dati sull’emigrazione dei cristiani rimangono molto alti, quando l’espressione un territorio-due Stati è solo retorica, quando non c’è e non si attende alcun processo di pace e quando le terze elezioni in Israele continueranno a favorire Liberman, sostenitore di una politica molto dura non solo riguardo gli insediamenti, ma anche con gli arabo-israeliani. La notizia dei pellegrini è importante quando continua a esserci la pressione di gruppi ebrei come Ateret Cohanim che lavorano per limitare la presenza cristiana a Gerusalemme.

Le cifre sono note. In Israele vivono circa 130.000 cristiani e circa 47.000 si trovano nei territori palestinesi. Da un secolo le diverse ondate migratorie hanno trasformato i battezzati in una minoranza della minoranza. L’emorragia continua. Un cristiano su quattro ha un membro della famiglia che se ne è andato l’anno scorso. Un recente studio della Fondazione Konrad Adenauer di Ramallah mostra che la ragione che spinge a lasciare la Terra Santa è il conflitto con Israele (65 per cento dei casi), oltre che i problemi economici (16 per cento). Il conflitto non è un problema teorico, il 65% dei cristiani palestinesi dichiara che la propria libertà di movimento è limitata. E precisamente ciò che viene percepito come il più grande limite è il muro che separa la Basilica della Natività dalla Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Di fatto, molti cristiani della Cisgiordania, che vivono a Betlemme, Beit Jala e Beit Sahour, hanno difficoltà a passare normalmente (senza imprevisti) il check point più usato che è quello della tomba di Rachele. Altri studi, come quello elaborato dal Dar al-Kalima University College of Arts and Culture, danno maggior peso al fattore economico. Fino al 72 percento di coloro che sono partiti, secondo questa ricerca, lo hanno fatto per mancanza di opportunità.

Ecco perché i pellegrini sono così importanti. Il conflitto territoriale e di sovranità non ha soluzione al momento. Se ci sarà un accordo dopo le terze elezioni sarà con Liberman e continueranno ad arrivare aiuti ai coloni. Ciò che Netanyahu ha fatto a Hebron poche settimane fa, rivendicando come ebrea la città in cui è sepolto Abramo, è molto significativo. Per questo i vescovi cattolici nello scorso maggio, in un documento congiunto, hanno affermato che occorre smettere di parlare della soluzione dei due stati prevista dagli Accordi di Oslo. È necessario garantire l’uguaglianza effettiva, dicono i vescovi, nella Terra di Israele e Palestina, compresa tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Detto in altri termini, una certa retorica sugli accordi di pace morti e sepolti è inutile. Occorre guardare al concreto, alla libertà di movimento, alle opportunità di lavoro, a limitare gli attacchi degli estremisti ebrei, a frenare l’avanzata dell’Islam nella società palestinese.

In questa terra dove i conflitti sono più antichi delle pietre bianche, i nuovi cristiani che vengono dall’Estremo Oriente, cercando di “sentire e toccare”, si sono trasformarti nella buona novella.

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