Noi e il voto

- Fernando De Haro

Tra due mesi in Spagna si torna votare. Aumenta l’interesse per la politica, ma il voto appare scollegato dall’esperienza civica

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LaPresse

Tra due mesi in Spagna si terranno le elezioni dopo una delle legislature più convulse della recente democrazia. Nessun c’è segno di disinteresse per la politica. “Da quando sono state indette le elezioni, il consumo di informazioni politiche è salito alle stelle”, afferma il direttore di uno dei principali organi di stampa del Paese. Forse i giovani sono i meno interessati. Nessuno si fida dei sondaggi perché tutto è cambiato radicalmente. “Un’alta percentuale di voti viene decisa nelle ultime settimane, forse negli ultimi giorni della campagna elettorale, ecco perché è molto difficile fare previsioni”, dice uno dei pochi sociologi che ci ha preso alle ultime elezioni.

Nel 2015 quasi il 40% degli spagnoli ha deciso chi votare durante la campagna. Il “voto di appartenenza” è scomparso. La fedeltà è una cosa del passato per molti elettori, come ha dimostrato uno studio pubblicato lo scorso luglio, dal titolo “Disaffezione politica: distanza, cause e rimedi”. Probabilmente è aumentata la distanza tra l’esperienza civica e di costruzione sociale e la scheda elettorale. Solo nel “voto di identità”, quello di chi crede che ci sia una formula per incanalare il proprio disincanto, questa connessione sembra recuperata. Si tratta di elettori altamente ideologizzati per i quali non è importante tanto la capacità di influenzare le politiche comuni, quanto far sentire la propria voce. Ma anche questa è una forma di disconnessione tra voto ed esperienza, almeno se per esperienza di partecipazione civica intendiamo un particolare fenomeno da cui si traggono conseguenze per tutti.

L’antipolitica, per il momento, non ha trionfato, ma c’è distanza dalla classe politica. Anche in “Disaffezione politica” si sottolinea che “nel caso spagnolo un miglioramento nell’interesse per la politica convive (…) con un’intensificazione della distanza verso una classe politica che la grande maggioranza percepisce come disconnessa dalle vicende dei cittadini comuni”. Le opzioni politiche che possono essere votate sono percepite lontane dalla vita reale. La colpa non è solo dei partiti, secondo gli autori di questo rapporto, ma anche dei cittadini che si lasciano “intossicare”. Il comportamento dei politici “può spingere a una ‘infantilizzazione’ della cittadinanza, ad esempio, abituandola a operare con euristiche molto semplici, come quella amici/nemici”.

Questa dialettica indotta dall’alto disconnette il voto dalle relazioni reali e dalle forme di partecipazione dei cittadini. “L’astrazione” e la volatilità hanno anche a che fare con una scarsa partecipazione alla vita della città comune. La partecipazione elettorale in Spagna si mantiene intorno al 70%, in media con quella dei paesi vicini (con una progressiva discesa dei giovani parzialmente tamponata dall’emergere di nuovi partiti), ma la partecipazione alla vita civica è solo del 20%.

Il voto identitario (difesa dei valori, indipendentismo, femminismo, ecc.), secondo lo studio, è più accentuato rispetto al passato, poiché i diversi segmenti della società sono sempre più visti come portatori di interessi diversi (micro interessi) e, in una certa misura, contrari a quelli degli altri segmenti. Ricollegare il voto con l’esperienza solo per lasciare spazio a determinati interessi (molto legittimi) o a un certo gruppo non guarisce la democrazia.

La politica, fortunatamente, è più di una lotta per programmare lo Stato al fine di proteggere le legittime aspirazioni di un gruppo. La politica è parte di un processo di socializzazione. Le esperienze di partecipazione dei cittadini sono più preziose quando, attraverso il gruppo in cui nascono, rendono esplicita la dipendenza del “noi” da una comunità più ampia. Nella crescente frammentazione in cui viviamo, ci sono sempre più esperienze pubbliche che ci rendono consapevoli della nostra reciproca dipendenza, dipendenza da un noi comune. La res publica non si costruisce esclusivamente determinando le opzioni dello Stato in modo che si inclini da una parte o dall’altra. Senza un esercizio di riflessione e di dialogo su ciò che è stato utile o inutile per tutti nella costruzione della città comune, a partire da problemi concreti e soluzioni effettivamente sviluppate, il voto sarà disconnesso. Sarà solamente, nel migliore dei casi, un tentativo affinché determinati interessi, una certa interpretazione della realtà, siano più o meno influenti. Nel peggiore, una semplice pulsione.

Sicuramente affinché il voto recuperi la sua connessione con l’esperienza civica è necessario raccontarsi dentro la complessità, esaminando, constatando il valore di ciò che serve affinché tutti abbiano una vita migliore. Senza che la differenza ideologica radicale, che è perfettamente comprensibile, diventi il criterio assoluto. Altrimenti, la formazione dell’opinione e della volontà comune è così astratta che conduce alla frustrazione. Il fatto di votare, con questa dinamica, perderà valore.

In un processo in cui si va dall’esperienza particolare di partecipazione già in atto alla decisione del voto (in cui il bene di tutti non è una teoria, ma qualcosa di vissuto) i criteri sono affinano, si rinnovano, si purificano. Non interessa solo ciò che sarà difeso, quali interlocutori sarà più facile raggiungere, ma chi può aiutare lo sviluppo di un noi che è pieno di persone che non sentono, non pensano, né credono allo stesso modo.

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