A chi dare la nostra fiducia?

- Fernando De Haro

Le iniziative di Netflix e HBO portano a riflettere su a chi conviene dare la nostra fiducia: a un algoritmo o a una persona?

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Una immagine de la serie tv "La casa di carta"

Nextfilx e HBO, i due colossi delle serie tv, stanno combattendo una dura battaglia commerciale. I termini del confronto svelano uno dei grandi conflitti posti dalla rivoluzione digitale. Riappare, in una questione apparentemente banale, la pluralità dei percorsi della ragione, l’insufficienza del metodo analitico, ora aiutato dalla “miniera di dati”. Di chi è ragionevole fidarsi per scegliere la serie che vedremo stasera sullo schermo del cellulare o del computer? È più conveniente affidarsi esclusivamente agli algoritmi dell’intelligenza artificiale (AI), che analizzano fino all’ultimo dettaglio delle nostre preferenze, oppure è necessario continuare a contare sulle raccomandazioni di una persona che ispira fiducia?

Scegliere una serie è una cosa molto seria. Stiamo parlando del tempo libero, della storia che lasceremo entrare nella nostra vita per un certo periodo di tempo. È la storia con cui evaderemo, che smuoverà i nostri sentimenti e la nostra curiosità. Prima, quando c’erano solo quattro o cinque canali televisivi, la cosa era più semplice. Ma ora Nextflix e HBO hanno un’offerta immensa. È facile passare l’intera notte a navigare tra i diversi trailer senza vedere nemmeno una puntata. Per risolvere questo problema Netflix fornisce alcuni suggerimenti in base a tutti i dati di cui dispone sul suo cliente. La piattaforma analizza ciò che hai già visto, le simpatie che hai espresso e raccomanda ciò che ritiene possa soddisfare le tue esigenze di intrattenimento. L’analisi è automatizzata. In non poche occasioni ci prende. Il che ha portato gli ottimisti ad assicurare che gli algoritmi possono conoscerci meglio di noi stessi. Ma, in altre occasioni, i consigli non soddisfano i clienti Nextflix. Per questo HBO ha contrattaccato con un annuncio molto suggestivo che ha intitolato “Consigliato dagli umani”.

Nella pubblicità appaiono persone che potrebbero essere i nostri vicini o i nostri colleghi: dicono di essere entusiasti. Una ragazza asiatica e un ragazzo occidentale riferiscono di aver visto uno dei titoli sette volte. Un ragazzo di colore dall’aspetto intellettuale afferma che guardare il primo episodio è come leggere il primo capitolo di un libro. HBO non promuove una serie specifica, ciò che intende evidenziare è il consiglio non di macchine, ma delle persone di cui gli spettatori possono fidarsi. È più facile decidere usando una ragione analitica straordinariamente potenziata, ma non umana, o ricorrendo a testimonianze personali che includono sempre importanti elementi soggettivi?

La domanda non riguarda solo l’industria dell’intrattenimento, ma è anche decisiva in altri campi come il mondo medico, per fare diagnosi, o quello della gestione aziendale per prendere decisioni di management. Due anni fa, uno studio condotto dalla società di consulenza Accenture ha rivelato che l’85% dei dirigenti delle grandi aziende voleva investire di più nell’intelligenza artificiale per poter decidere meglio. Ma per alcune questioni siamo reticenti ad affidare la nostra libertà a una macchina. I sondaggi indicano che il 73% degli americani ha paura di salire su un’auto a guida autonoma. Preferiamo anche i medici umani agli algoritmi, sebbene l’IA offra diagnosi più precise.

Questa preferenza per l’intelligenza umana è una conseguenza della nostra mancanza di adattamento ad accettare la ricchezza analitica della rivoluzione digitale?

Nel mese di giugno, un articolo della prestigiosa Harvard Bussines Review (Can Algorithms Help Us Decide Who to Trust?) assicurava che è logico che sia così perché stiamo parlando di fiducia. E “la fiducia ha bisogno di abilità di sensibilità sociale che sono percepite come qualcosa di unicamente umano. Infatti, per giudicare se una persona è degna di fiducia l’unico requisito è comprendere le emozioni e i desideri umani”. È una delle principali conclusioni di uno studio condotto dagli autori dell’articolo su come un gruppo di 165 persone con importanti responsabilità nelle proprie aziende prende decisioni. Il 61% dei partecipanti ha dichiarato di preferire l’IA per decidere sulla possibilità di fidarsi di una persona. Ma nella pratica il loro modo di agire andava contro quanto dichiarato.

Secondo gli autori del lavoro, “la fiducia si costruisce lentamente”. Gli intervistati si sono rivolti all’intelligenza artificiale per conoscere le capacità, le conoscenze e la storia di chi stava per diventare un loro dipendente. Gli algoritmi li aiutavano ad accedere ai “dati rapidi” che creano fiducia. Ma col passare del tempo, l’intuizione e la sensibilità sociale guadagnavano terreno e l’IA passava in secondo piano. La “ragione umana” diventava il fattore dominante nelle relazioni a lungo termine. Questo è il motivo per cui la grande rivista economica ha riconosciuto che una cultura della fiducia negli ambienti di lavoro ha bisogno di esseri umani che la supervisionino, senza deleghe agli algoritmi.

La rivoluzione digitale ci fornisce l’analisi di una quantità di dati impensabile fino a poco tempo fa. E, paradossalmente, rende più che mai necessario il metodo della ragione che esamina intuitivamente, artisticamente l’immateriale della fiducia.

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