Non siamo monadi

- Giorgio Vittadini

Il nuovo Governo sembra poter segnare discontinuità sul fronte molto importante dei rapporti internazionali dell’Italia

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La sede del ministero degli Esteri (Lapresse)

Mentre il dibattito pubblico è occupato dalle divisioni in casa Pd, il nuovo Governo sta accendendo i motori per partire. È giusto fare, come italiani, i migliori auguri al nuovo esecutivo. In un contesto di vita democratica, chiunque si assuma la responsabilità di governare un Paese come l’Italia, in difficoltà ma anche ricco di potenzialità, merita in coscienza almeno l’auspicio di essere messo nelle migliori condizioni per realizzare ciò che promette.

Il continuo “stop-and-go” di governi che negli ultimi dieci anni si sono susseguiti, quasi uno all’anno, ha forse rappresentato il danno più grande al percorso di ripresa e innovazione di cui il Paese necessita.

Detto questo, c’è comunque un dato di discontinuità positivo portato dal nuovo Governo e riguarda un tema che appare sottovalutato nel dibattito pubblico: quello dei rapporti internazionali dell’Italia. Si può tuonare contro le politiche comunitarie o contro le pressioni che provengono da oltreoceano, e sul fatto che vadano tutelati gli interessi degli italiani, ma questo non può avvenire chiamandosi fuori, recidendo legami, smettendo di discutere, proporre, mediare, negoziare. Un uomo di Stato sa che, realisticamente, non c’è altra strada che il dialogo. Questo non significa essere succubi di assetti decisi da altri, ma al contrario, di potervi incidere.

La Prima Repubblica può essere ricordata come un buon esempio di politica, come arte del compromesso e del dialogo quotidiano silenzioso ed efficace con cui gli uomini politici di allora sapevano tessere la tela per garantirsi una posizione da cui far presente le esigenze del Paese. Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio, otto volte Ministro della difesa, cinque volte Ministro degli affari esteri, incarna bene questa posizione: era di casa a Washington, ma nello stesso tempo dialogava con molti leader dell’Est Europa, aveva contatti sia con arabi che israeliani, era conosciuto e apprezzato da tutti i leader europei. Non si trattava di “cerchiobottismo”, ma di una assoluta originalità dell’Italia fedele al patto atlantico ma aperta come nessuno ai paesi d’oltrecortina. Amica dei paesi del Sud del mediterraneo, dialogante con il gruppo dei non allineati, protagonista in Europa.

L’Italia giocava un grande ruolo negli equilibri politici che assicuravano la pace e nello stesso tempo godeva di una notevole prosperità economica. All’ambasciatore americano in Italia che si lamentava per i frequenti cambiamenti del ministro degli Esteri, il presidente del Consiglio Aldo Moro rispose che non doveva preoccuparsi perché la linea politica era stabile e sarebbe stata comunque garantita.

A maggior ragione in una situazione confusa, instabile e alla ricerca di un nuovo assetto geo-politico mondiale, con il loro dichiarato atlantismo ed europeismo, i nuovi rappresentanti del governo italiano dovrebbero garantire maggior capacità di dialogo a livello internazionale.

Problemi come l’affronto e la gestione dell’immigrazione secondo principi condivisi e contemplati dai trattati internazionali, la mancanza di crescita economica, il superamento del dumping sociale, il riordino del sistema finanziario complessivo: tutto questo dovrebbe essere oggetto di una parziale revisione dello stesso trattato di Maastricht, sia per quanto riguarda i parametri, che troppo spesso sembrano gabbie senza utilità per politiche economiche di sviluppo, sia per quanto riguarda il patto di stabilità, l’unione fiscale e bancaria, lo stesso intervento della Banca centrale europea sui problemi della disoccupazione, come invece fa la Fed americana.

È evidente che solo in un clima di dialogo e di relazioni internazionali più costruttive è possibile affrontare problemi di questo tipo e magari trovare soluzioni dopo un decennio di politiche economiche e sociali che si sono rivelate sbagliate.

È questa anche una base necessaria per ottenere maggior fiducia da parte degli alleati e un ruolo di primo piano in Europa.

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