La grande svendita (a sinistra)

- Gianluigi Da Rold

In Spagna tra Socialisti e Podemos non si trova un accordo su un documento di 320 punti. Ma anche lì alla fine si andrà a votare. Solo in Italia si naviga a vista

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Palazzo Chigi (Lapresse)

Ha perfettamente ragione (si fa per dire) il nostro futuro ministro degli Esteri, Giggino Di Maio, quando parla di “unicum”, riferendosi alle innovazioni democratiche della cosiddetta “piattaforma Rousseau”, indicando il rinnovamento della democrazia parlamentare con questi “goccioloni” di cioccolato (come sui biscotti) di alcuni principi di democrazia diretta. In pratica l’Italia, martedì si è fermata per due ore davanti a quasi tutte le reti televisive, aspettando il voto degli iscritti al M5s che votavano, via internet (urca!), “sì o no” per un governo che non aveva ancora definito completamente un programma e tanto meno una squadra di ministri.

Ma intanto la Casaleggio Associati, gestore del voto, si è fatta una pubblicità senza precedenti, quella che non avrebbe avuto mai neppure il “grande” panettone Motta. L’azienda privata (piccolo particolare! A proposito del conflitto di interessi) ha dettato, con il risultato del voto di poco più di 70mila associati (quelli che hanno cliccato) i tempi della formazione del governo degli italiani, che contano ancora una sessantina di milioni di persone in carne e ossa.

È vero che in molti Paesi si fanno i referendum (istituto classico e acquisito di democrazia diretta), più che in Italia, ma la democrazia dei “penstastellati” sembra quella del Canton di Uri in Svizzera, dove, in piazza, si vota per alzata di mano dove impiantare il cesso pubblico.

Forse più che di “unicum”, bisognerebbe parlare di “unicuique suum”, a ciascuno il suo, per far comprendere che cosa voleva la classe dirigente internazionale e in parte italiana, che non è affatto composta solo da politici, ma da una “valanga” imprecisata di imprenditori, intellettuali, giornalisti, operatori mediatici, speculatori sui mercati e professionisti di vario tipo che hanno cercato da tempo di liberarsi della politica, ottenendo, al momento, questo governo farsesco, per il “terrore delle urne”, per la “fuga di un bullo di fronte a una manovra finanziaria impegnativa” e da un contesto internazionale che si sta deteriorando sempre di più, nonostante le aspettative del duo della “nuova sinistra liberista” Giavazzi&Alesina, quelli che il premio Nobel Paul Krugman ha battezzato “la notte degli Alesina viventi”.

Con un programma sterminato (sono diventati 29 i punti) e per questo motivo ragionevolmente inconsistente, l’Italia brillerà per riforme economiche di grande evanescenza e, tanto per ribadire la sua unicità, di una conferma giustizialista dove l’“unicum”, nel mondo democratico, sarà per esempio rappresentato dalla non separazione delle carriere tra giudice e pubblica accusa: un classico della mentalità inquisitoria di questo Paese. Sono i poteri transnazionali vecchi, logori, ma ancora abbastanza forti che stanno riuscendo a mandare in rovina dopo averlo svenduto.

Nessuno si salva da questo pandemonio istituzionale, sociale ed economico, con una politica ridotta ai minimi termini. Ma ci sono alcune cose da precisare e da sottolineare.

La sceneggiata cominciata l’8 agosto, con Matteo Salvini in prima battuta e subito infilatosi nella trappola che molti altri, in Italia e in Europa, stavano predisponendo, ha avuto i tempi di una commedia dell’arte italiana. Avevamo scomodato “Le baruffe chiozzotte” di Carlo Goldoni tempo fa, ma non possiamo paragonare l’avanspettacolo dell’attuale crisi alla verve e all’inventiva di un genio veneziano del nostro Settecento.

Siamo partiti da un rovesciamento di alleanze innanzitutto. Da Lega e penstatellati a Partito democratico più pentastellati.

I passaggi del rovesciamento di alleanze sono stati surreali. Lasciamo perdere la fiera degli insulti precedenti all’intesa di governo; solo fino a dieci giorni prima il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, sosteneva “nessuna alleanza con M5s”. E da parte dei “boys” di Grillo, il comico, si rispondeva con un “mai con il Pd”.

Poi, con il passare dei giorni, le posizioni antitetiche si stemperavano tanto da insospettire Salvini (che voleva solo il voto in un primo momento) a ripensare goffamente a un governo con i grillini. La grande comica andava avanti con Zingaretti che sillabava “Conte no”; “discontinuità”; “svolta” e formazione del governo, innovatore ed equilibrato.

Poi, dopo alcuni giorni, cambiava la scena. Si assisteva alla “comprensione” progressiva del Pd. Interveniva quindi direttamente il “grande comico” fondatore del M5s (massima espressione oggi della politica italiana). Beppe Grillo si appellava agli “elevati” e ai ragazzi del Pd per “l’occasione storica”. Anche i pentastellati dubbiosi gettavano la spugna e si accodavano al leader del “vaffa”, insieme ai fans dell’anti-casta, anche loro personaggi “elevati” come Luca Cordero di Montezemolo, Paolo Mieli incaricato di ordinare scritture a Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. Uno spettacolo patetico che è durato una decina di anni e che oggi giunge al patatrac.

Alla svendita finale cioè, della sinistra italiana, quella che non è mai stata riformista (c’è sempre un Breznev sul loro sfondo) e che si ritrova nel pressapochismo di Romano Prodi (leggere Sciascia, please, e trascurare, per amor di patria, il giudizio tranchant di Cuccia) e perfino del risoluto “baffo di ferro”, Massimo D’Alema, il teorico del “patto del garage” come ha scritto, quasi indignato, un grande leader che ha vissuto nel Pci.

Alla fine Nicola Zingaretti, sballottato tra indiretti richiami parentali con il commissario Montalbano, la Regione Lazio, la segreteria di un partito dove non controlla i parlamentari e deve convivere tra “tribù agguerrite” in conflitto tra loro (ci sono pure renziani “duri” e morbidi”) ha accettato il giurista foggiano Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, si è dimenticato della discontinuità e pure di un assetto equilibrato della compagine governativa. Scopo principale, senza perifrasi, è: guadagnare tempo e ripararsi dalla Lega di Salvini. “Vaste programme”, direbbe il generale De Gaulle.

In soccorso del Pd e di Zingaretti è sceso in campo, il 2 settembre, con un articolo allusivo ma anche un po’ incerto e leggermente titubante, l’immarcescibile Paolo Mieli, il difensore ufficiale della democrazia liberale in Italia, passato da Potere operaio a gestore mediatico del 1992 su suggerimento di Giovani Agnelli, a suggeritore de “La casta” da demonizzare. Inoltre amico di Luciano Canfora, grande storico ma che in Germania talvolta si rifiutano di pubblicare perché ritenuto “negazionista” dei crimini staliniani. A Mieli capitano alcune volte compagnie discutibili.

Che cosa ha scritto il nostro? In un fondo sul Corriere della Sera (che viene letto sempre di meno) del 2 settembre prima ha definito l’operazione Zingaretti “un capolavoro”, poi ha elencato qualche perplessità da metabolizzare, le svolte nel partito, quindi ha fatto i suoi consueti accenni storici come la “Svolta di Salerno”, che lui attribuisce direttamente al suo idolo Palmiro Togliatti, smentendo in un colpo solo: Georgi Dimitrov con il suo Diario, i libri di Elena Aga-Rossi e Victor Zaslavsky, i testi di Ugo Finetti, le testimonianze raccolte un tempo e contenute negli archivi russi dei comunisti spagnoli e della segretaria di Dimitrov, Jordanka Blagoeva, che veniva pure importunata da Togliatti. Fu Stalin direttamente, facendolo svegliare nella notte tra il 2 e 3 marzo 1944, che impose a Togliatti di fare la famosa svolta e l’alleanza con il generale Badoglio. Tra molta diffidenza si era varata Yalta tra gli alleati dopo gli accordi di Teheran dell’autunno precedente.

Pare che siano tutti smemorati e ora attribuiscono a questo governo una sorta di riedizione della “Svolta di Salerno”. Sbaglieremo noi, di fronte a Mieli che è una sorta di “la storia sono io”, ma oltre alla paternità sbagliata che lui dà alla “Svolta di Salerno”, qui siamo alla contro-svolta, perché allora il Pci prese piede e spazio politico, oggi il “nipotino” Pd rischia la liquidazione.

Stalin era un “politico delinquente”, ma era intelligente. Molto diverso il tratto umano del “magnifico georgiano” rispetto a quello di Nicola Zingaretti, brav’uomo, anche se detto alla francese, anima in pena, disperato e improbabile tessitore di una rinascita del Pd.

Ultimo avviso a questo governo varato tra mille difficoltà. All’orizzonte, nonostante i confortanti dati di Borsa e dello spread di questi giorni c’è una recessione in vista per l’Italia, la Germania (quella dove in alcuni länder i neonazisti triplicano i voti) e per il mondo intero. La geopolitica mondiale è in movimento. La Brexit nel Regno Unito è un putiferio, ma alla fine con questo scontro duro sarà fatta inevitabilmente una scelta (promemoria per alcuni giornalisti e speaker televisivi: inutile richiamarsi alla costituzione inglese. Nel Regno Unito non esiste una costituzione scritta, ma antiche tradizioni che vanno dalla Magna Carta all’Act of Settlement a sentenze giuridiche. Quindi non c’è alcun colpo di Stato).

In Spagna, nel frattempo, tra Socialisti e Podemos non si trova un accordo su un documento di 320 punti. Ma anche lì alla fine si andrà a votare. Solo in Italia si naviga a vista. Complimenti.

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