L’altra Italia di Checco Zalone e don Matteo

- Maurizio Vitali

Record di ascolti per il film “Tolo Tolo” e la fiction tv “Don Matteo”. Entrambi apprezzati da milioni di italiani, l’Italia del quotidiano scontro manicheo

Checco Zalone tolo tolo
Checco Zalone, "Tolo Tolo" (una scena del film)

Record di ascolti di Tolo Tolo e Don Matteo. Il film di Checco Zalone è stato visto, sino a sabato sera, da 5,5 milioni di persone; la prima puntata 2020 della ventennale (!) fiction di Terence Hill e Nino Frassica, giovedì scorso, da 7 milioni. Il tema è: com’è che nell’Italia del quotidiano scontro manicheo, dalla politica ai social, milioni di persone si appassionano a un film e a una fiction che sono quanto di più antimanicheo si possa vedere da trent’anni a questa parte? È un altro Paese, o siamo double-face?

Il film di Zalone tocca un tema fra i più divisivi, l’immigrazione, in maniera libera e strafottente, nel senso che se ne strafotte proprio dello schieramento destra-sinistra. Non nasconde il disagio per il diverso e però lo racconta con sguardo ironico e simpatetico. Rovescia i ruoli e scambia le situazioni dell’italiano e del migrante: nessuno è senza problemi o senza limiti, siamo tutti un po’ buoni e un po’ stronzi. L’impudente Zalone toglie le foglie di fico dalle pudende: quelle degli aperturisti con attico in centro mai avranno le narici disturbate dall’odore acre di aglio e spezie che vien su dalla tromba delle scale; e alle pudende degli intransigenti del no-pasaràn, che considerano il Mediterraneo come il Piave dei sacri confini: non passa lo straniero.

La foglia di fico è l’ipocrisia. Con essa schermiamo la vergogna che ci prende quando non ci perdoniamo di non piacere a noi stessi o di non piacere agli altri, temiamo di non apparire al livello degli standard richiesti e ci ripariamo nella tribù di chi ha ragione a prescindere. Inoltre nel film non c’è la satira usata come coltellata alla schiena del nemico: nel film non c’è il nemico. E l’ironia è anche auto-ironia:  Zalone toglie la foglia di fico anche e soprattutto a se stesso-protagonista. Appare l’io non schermato, grezzo, “cozzalone” si dice in Puglia (da cui Checco Zalone), limitato e bisognoso. Le sequenze ti propongono su lui e gli altri uno sguardo ad un tempo disincantato e benevolo.

Così il film apre una piccola crepa nella dura scorza dell’ipocrisia e della vergogna. Non è poco. In fondo è qualcosa che nel profondo desideriamo, magari a nostra insaputa.

La fiction di Don Matteo corrisponde al desiderio di una giustizia buona. E anche questo nel profondo desideriamo, magari sempre a nostra insaputa. Ha commentato Nino Frassica, il maresciallo Cecchini: “Quando finisce la puntata, i telespettatori dicono: ‘Ma allora esiste gente per bene’. Dopo il tg chiudi la porta a chiave e non esci più; dopo don Matteo apri le porte di casa”. Prendiamolo pure come un auspicio più che descrizione della realtà: va bene lo stesso. Il perno è una tonaca, dentro cui c’è un uomo che conosce e ama ciò che è umano. Umanità, fede e ragione, sono le caratteristiche della sua figura e gli strumenti della sua indagine. Quello che in Tolo Tolo è disincanto qui è più esplicitamente amore alla verità, e la benevolenza dello sguardo diventa metodo dei rapporti: apertura, sforzo di comprendere, accoglienza, giudizio segnato dal senso della misericordia.

Per capire che la sostanza di don Matteo non è buonista, occorre ricordare che esso è notoriamente ispirato a padre Brown di Chesterton, scrittore anglicano convertito al cattolicesimo, nel segno della positività, del “desiderio  – ha notato Paolo Gulisano, vicepresidente della Società chestertoniana – di essere uomini vivi, cercatori della verità”.  Così l’indagine di padre Brown (e anche di don Matteo), non è solo poliziesca, ma anche un’indagine sull’uomo, sulle sue passioni, i suoi comportamenti. Che ciò sia ragionevolezza più compiuta e non buonismo in saldo ce l’ha detto un insospettabile intellettuale: Antonio Gramsci, primo capo dei comunisti italiani. In una lettera dal carcere scrive: “Sherlock Holmes è il poliziotto protestante che trova il bandolo di una matassa criminale partendo dall’esterno, basandosi sulla scienza, sul metodo sperimentale, sull’induzione. Padre Brown è il prete cattolico, che attraverso le raffinate esperienze psicologiche date dalla confessione e dal lavorio di casistica morale dei padri, pur senza trascurare la scienza e l’esperienza, ma basandosi specialmente sulla deduzione e sull’introspezione, batte Sherlock Holmes in pieno, lo fa apparire un ragazzetto pretenzioso, ne mostra l’angustia e la meschinità”.

È un’altra Italia quella che ama Cozzalone e Chesterton-Don Matteo rispetto a quella manichea? O sono gli italiani double-face? Credo buona la seconda. C’è una faccia, quella del desiderio buono nascosta e silenziata. Bene che venga vista, messa in luce, riconosciuta, assecondata, provocata da un’ipotesi di risposta. A questo proposito ancora ci soccorre il prete-investigatore di Chesterton nel racconto L’oracolo del cane, che l’ipotesi la gioca: “Il primo effetto di non credere in Dio è il perdere il senso comune e non poter vedere le cose come sono … e tutto questo perché si ha paura di poche parole: Egli si è fatto Uomo”.



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