Coronavirus: uno il coraggio non se lo può dare

- Giorgio Vittadini

Quanto sta accadendo in questi giorni con l’emergenza coronavirus interroga ciascuno di noi, ma deve far ricordare anche il passato del nostro Paese

Coronavirus atteggiamenti asociali
Ragazza indossa una mascherina per proteggersi dal Coronavirus (LaPresse)

Coronavirus: banco di prova della nostra capacità di raziocinio e, soprattutto, di scelta. Sono questi gli anticorpi attesi dopo lo tsunami, in parte mediatico, di un virus che ha mietuto a oggi 17 vittime e sta gettando un Paese nello scompiglio, se non nella recessione.

In questi giorni emergono tanti interrogativi che riguardano le pieghe della nostra vita personale. Toccano l’impegno per la continua ricerca della verità e l’abbandono del comodo riparo del parere altrui, del “sentito dire”, della superficialità; la disposizione ad accettare il rischio senza pretendere che dissolva ogni incertezza; il valore della socialità che, da una parte ci minaccia, dall’altra ci garantisce la forza di affrontare le difficoltà.

La speranza poi è quella di un salto di qualità collettivo nella responsabilità e nella capacità di valutare ciò che viene detto da politici, apparato mediatico e scienziati perché, se anche non siamo esperti, possiamo fare nessi con le informazioni che ci vengono fornite.

Non possono non nascere dubbi sulle draconiane norme prese per la salute pubblica in luoghi come la Lombardia. Non si può non essere preoccupati per le conseguenze sulla vita personale e sociale di una nuova crisi economica, con aumento della disoccupazione, diffusione ulteriore della povertà, maggiori difficoltà per studenti di scuola e università, e peggioramento della qualità della vita per i più deboli.

Le persone che hanno perso la vita perché il nuovo virus ha stroncato le loro già precarie condizioni di salute sono in un numero contenuto, inferiore comunque a quello dei decessi per influenza o infezioni ospedaliere.

Per alcuni esperti, questo nuovo morbo potrebbe avere effetti devastanti se non ci fossero rigide misure preventive; per altri è poco più di un’influenza. Il fatto è che il 95 per cento degli ammalati guarisce. Nessuno rinuncia ad andare in ospedale per il fatto che qui si verificano 38.000 infezioni ospedaliere letali ogni anno; nessuno smette di andare in macchina anche se l’incidente stradale può sempre avvenire; nessuno abbandona Milano anche se le polveri sottili possono accorciare la vita. Il problema non è quindi se approntare misure preventive, ma fare sì che siano proporzionate al pericolo.

In questo, come in altri casi (vedi la “mucca pazza”), politici improvvisati cavalcano supini l’abnorme reazione emotiva delle persone e rimangono succubi dei meccanismi mediatici. Prevale in molti un clima di paura indifferenziata e profonda che porta a reazioni sproporzionate, come l’assalto ai supermercati per accaparrarsi cibi, bevande, prodotti necessari a un lungo isolamento. Si afferma una diffidenza preconcetta verso gli altri in ogni luogo pubblico, dalla metropolitana, alla strada, al posto di lavoro, al caseggiato dove si abita. La paura e l’irrazionalità determinano il comportamento di individui che sembrano aspettare una catastrofe incombente.

Tutto ciò è esempio di una grande legge storica: un nemico esterno ha incidenza solo quando una realtà e già da tempo minata e logorata dall’interno. Per questo aspettiamo lo sviluppo di nuovi anticorpi. In realtà, il nostro popolo li ha sempre avuti, affrontando ben altre difficoltà. Due guerre mondiali devastanti; una epidemia come la “spagnola” che ha mietuto milioni di vittime; l’esperienza traumatica dell’emigrazione. E anche a livello personale è facile rintracciare storie di tanti che, in condizioni difficili, se non drammatiche, non si sono fermati di fronte alla paura ma hanno messo in campo grandi risorse.

Mi vengono in mente i genitori di una mia amica che si sono letteralmente levati il pane dalla bocca per farla crescere, ma dandole sempre l’idea di essere benestanti; un mio amico muratore di Rimini che dopo la guerra si è ricostruito la casa da solo in setti anni; la mamma di un altro amico che ha cresciuto i figli mentre il marito era disperso in guerra; un altro padre che per anni ha lavorato in miniera all’estero, 500 metri sotto terra ogni giorno, che col suo sacrificio ha fatto studiare i suoi figli.

Cos’hanno in comune questi esempi? Sono tutte persone che avevano un grande desiderio, sostenuto da comunità che condividevano un progetto di vita e davano loro la forza di affrontare con coraggio e intelligenza i problemi e i rischi che si presentavano. Avere paura è profondamente umano e utile: permette di non essere avventati, imprudenti, superficiali, non preparati nell’affrontare persone e cose. Ma se si ha fame e si deve dare da mangiare alla propria famiglia si può accettare anche lavori pericolosi.

Oggi bisogna recuperare quelle grandi ragioni che possono innescare un coraggio e un desiderio più grandi della paura del virus, perché da soli, come diceva don Abbondio, “il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”.

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