Lavoro al Sud, tra tutele per tutti e lotta al sommerso

- Pietro Marzano

L’emergenza coronavirus colpisce duramente i lavoratori del Sud. Che oggi vanno tutti tutelati. Poi verrà il momento di una lotta seria al sommerso

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LaPresse

La simmetria del virus non conosce distinzioni di nessun genere. Si abbatte con la stessa forza in case borghesi e proletarie e impone a tutti, indistintamente, una sofferenza che ci fa sentire nella medesima barca sbattuta dalle onde. A nessuno interessa, in ospedale, da dove vieni o cosa fai nella vita. Sono tutti uomini e donne in guerra con la malattia. Tutti vittime della stessa pandemia ora combattuta da un pezzo di Paese che, per tutti noi, sta impegnandosi a curare e non lasciare le dispense vuote.

Fuori dagli ospedali ognuno si trova coi propri pensieri e i propri problemi che, se gravi prima, appaiono ancor più complessi ora. Imprese, artigiani e commercianti sono la prima linea della guerra che verrà e che metterà tutti noi alla prova per ritrovare la strada della crescita. Tutelare questo patrimonio appare a tutti imprescindibile. E i lavoratori che oggi sono a casa sanno che con i salari decurtati dalla cassa integrazione faranno fatica a tirare avanti a lungo, sperano, come i ragazzi chiusi in casa che sognano la scuola, di tornare quanto prima nelle aziende per rimettere in moto le loro vite.

Il popolo che produce è sotto scacco, immobile e senza ancora una data a cui guardare, passando il tempo a leggere decreti e ordinanze dove trovare un articolo, un comma, una riga che li riguardi e che faccia percepire come affrontare questa fase delicata.

Tra questi vive un popolo fatto di 3,8 milioni di cittadini, secondo l’Istat, l’80% dei quali si trova nel Mezzogiorno, che produce e vive al di fuori del sistema regolare del lavoro. Non che non lavori, ma non rispetta le regole previste per la regolarizzazione del lavoro. Per anni il fenomeno è stato tollerato nel Mezzogiorno sul presupposto che incidere su questa sacca avrebbe prodotto più danni che benefici. Raramente se ne è parlato, se non nei talk show, quando qualcuno li ha collocati semplicisticamente tra gli “evasori fiscali”, accomunando il garzone di barbiere di Caltanissetta alle banche che hanno inventato il dividend washing, ai gruppi industriali che hanno patteggiato, solo qualche mese fa, un miliardo di imposte evase nel settore della moda o con i big di internet, che nel mentre ci consegnano i beni a casa e ci fanno chattare, continuano a versare imposte inesistenti. O confondendolo con chi ha un alto reddito e lo nasconde in tutto o in parte. È stato ed è un errore drammatico. Sono casi diversi che meritano soluzioni diverse.

Bene ha fatto il ministro Provenzano, che ha la delega al Mezzogiorno, a dire a chiare lettere che a quei cittadini, ubicati per la stragrande maggioranza proprio nel Mezzogiorno del Paese, deve andare l’attenzione dello Stato. Il lavoro irregolare è spesso o l’anticamera dello scivolamento verso l’illegalità o, viceversa, solo il primo gradino per emanciparsi dalla disoccupazione e da contesti degradati. Ben prima che i tutor previsti dal Reddito di cittadinanza si insediassero, solo il passaparola per una occupazione irregolare ha evitato che molti scivolassero verso la povertà assoluta. Rappresenta, a volte, un tentativo di darsi una autonomia con le proprie forze e si trasforma, purtroppo spesso, in uno sfruttamento dei ceti più deboli che si ritrovano con paghe miserrime a fare lavori defatiganti.

Una piaga che nessuno ha realmente affrontato. Le norme draconiane previste a legislazione ante Covid, pur prevedendo i cosiddetti Contratti di emersione (che poco o nulla hanno inciso), restano inapplicabili in tanti contesti e negli anni hanno solo scalfito la superficie.

Il perché è semplice. Il lavoro irregolare costa meno e non incide sugli altri incassi della famiglia. Una piccola bottega, un artigiano, un piccolo agricoltore o una impresa edile minuscola, soprattutto nel Mezzogiorno, si contornano di persone che dai margini emergono per lavorare e che accettano paghe inferiori, e condizioni spesso degradanti, pur di avere il lavoro e tenere in piedi la famiglia. Chi lavora a nero si sente utile non solo per il reddito che produce, ma anche per la sensazione di potere, col proprio sudore, sentirsi meno di peso in casa e nella società. E spesso continua a percepire altri sussidi.

Il lavoro irregolare è una piaga che ha dei paradigmi profondamente sbagliati e che genera una concorrenza sleale con chi invece tiene le cose in ordine. Ma resta il fatto che milioni di persone di queste irregolarità vivono, che spendono nei negozi e comprano in generi di prima necessità e in autonomia. Insomma, fanno anche loro parte del Pil. E anche a loro deve andare in questi tempi difficili l’attenzione dello Stato. Se in tempi ordinari la piaga non è stata eradicata, anzi è divenuta endemica, ora che l’economia tutta soffre e che i sussidi aumentano, si deve cercare il modo di includere nel sistema legale del lavoro più soggetti possibile, compreso chi un lavoro lo ha solo irregolare.

Lo si deve fare per due motivi. Il primo è che serve al Paese avere un ceto di lavoratori sempre più tutelato e meno ricattabile in previsione dei tempi difficili che ci attendono, il lavoro buono crea una società più giusta ed equa e fa percepire ai cittadini che lo Stato accoglie e non solo punisce. Il secondo è che far emergere il loro lavoro renderà le imprese e i cittadini più forti, illuminando redditi e posizioni che altrimenti sono destinati a restare nascosti nell’ombra.

Se potesse per magia sparire, o essere meno gravoso, la regolarizzazione sarebbe un effetto automatico per tanti. Se invece resterà una differenza abnorme tra costo del lavoro e netto in busta, se al versare i contributi così onerosi non corrisponde alcun beneficio sarà molto difficile eliminare questa piaga. Lo Stato che chiede solo imposte alla fonte, che pretende aliquote previdenziali altissime, che a fronte di ciò restituisce poco in tempi normali, è uno Stato solo impositore a cui si guarda con diffidenza.

Oggi, se un lavoratore ai minimi salariali versa le imposte e i contributi per oltre 40 anni e va in pensione con la Fornero, si ritrova qualche euro di pensione in più di chi non ha versato nulla. Con la differenza che chi è regolarizzato avrà pagato ogni cosa, comprese le mense per i figli, i libri scolastici e l’affitto, mentre chi è rimasto nel lavoro irregolare avrà di certo diritti maggiori, come disoccupato e nullatenente, e più soldi da parte.

Questa è una forma di concorrenza che lo Stato fa a se stesso, pretendendo tanto da chi emerge e lasciando tutto a chi resta nell’ombra. Anche questo cambierà se si avvierà una stagione di inclusione dei lavoratori irregolari, a patto di punire per davvero chi ne approfitta e di rendere sostenibili i costi per le imprese che del lavoro vivono. La simmetria di questa crisi, su tutti, imporrà di rivedere anche il modello di Stato sociale e sarà forse l’occasione per rendere davvero effettiva la lotta al sommerso rifondando il patto tra lavoratori e Stato.

Ma ora è il momento di prendersi cura di tutti estendendo anche ai lavoratori irregolari il sostegno per poter, un domani, chiedere ai cittadini di restituire, con il loro lavoro finalmente emerso e regolare, quello che hanno ricevuto.

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