Incontro a una strana Pasqua

- Giovanna Parravicini

Anche in Russia si è di fronte a una “strana” Pasqua, come nessuno, probabilmente, si sarebbe scelto, ma che sta aprendo scorci impensati

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(LaPresse)

“Guarda, Dio onnipotente, l’umanità sfinita per la sua debolezza mortale, e fa’ che riprenda vita per la Passione del tuo unico Figlio”. Sembra scritta per noi oggi, in tutto il mondo, questa preghiera che la liturgia ci mette sulle labbra il Lunedì santo.

Una “strana” Quaresima, e ora, tra pochi giorni, una “strana” Pasqua, come nessuno, probabilmente, si sarebbe scelto – e questo vale anche per i cristiani in Russia – ma che ci sta aprendo scorci impensati. Qui in Russia, per settimane il coronavirus è stato visto semplicemente come una “sciagura italiana”: non si contano i messaggi, le telefonate di amici, e anche di conoscenti piuttosto lontani che mi chiedevano dei miei familiari, degli amici di Russia Cristiana, della situazione in generale, in Lombardia e in Italia, assicurandomi la loro solidarietà e la loro preghiera. Come se la Russia non avesse nulla a che vedere con il problema.

Poi, lentamente, ha cominciato a farsi strada la consapevolezza che anche qui il paese non sarebbe rimasto immune dalla pandemia, tanto che Putin ha rimandato a data da destinarsi il referendum, previsto per il 22 aprile, per modificare la Costituzione, da mesi il tema principale della vita politica.

Nonostante questo, le giornate eccezionalmente primaverili di fine marzo hanno visto i parchi e le vie cittadine riempirsi di gente, soprattutto giovani – anche in concomitanza con la chiusura di scuole e università decretata dalle autorità. Infine, notizie via via sempre più allarmate sull’ondata del contagio che sta iniziando e, soprattutto, sulla giovane età delle persone colpite: le cifre ufficiali sono ancora basse ma la decisione di mettere in quarantena il paese per tutto il mese di aprile, i dati sulla frettolosa conversione degli ospedali in reparti di cura del coronavirus, le richieste di personale sanitario supplementare ecc. lasciano facilmente intuire la gravità della situazione reale.

In questo contesto, anche le diverse comunità religiose si sono trovate a dover deliberare limitazioni alla frequenza dei luoghi di culto, ma se musulmani ed ebrei hanno risolto abbastanza rapidamente il problema, i fedeli cristiani hanno opposto non poche resistenze: a molti – sia ortodossi che anche appartenenti alla piccola comunità cattolica – è risultato quasi impossibile comprendere perché non si possa recarsi alle celebrazioni liturgiche, accostarsi ai sacramenti ecc.

C’è chi l’ha definito un tradimento, una sorta di “abiura” a Cristo in nome di una “egoistica” salvaguardia della salute fisica. In parte, è comprensibile: la Quaresima è il periodo in cui si moltiplicano i gesti di preghiera comunitaria e le forme di pietà religiosa, la frequenza alla liturgia e ai sacramenti. E invece, apparentemente ci è stato tolto tutto: tutto, o meglio tutte quelle forme tradizionali di pietà religiose con cui siamo abituati a identificare la fede cristiana.

Basta la “cristiana rassegnazione” agli eventi, in nome della quale – con le migliori intenzioni – hanno esortato ad obbedire alle disposizioni alcuni “padri spirituali”, in attesa che ritorni la “normalità”? In realtà (esattamente com’è avvenuto e sta avvenendo in Italia, a quanto leggo), anche qui le limitazioni imposte dall’epidemia stanno diventando una potente provocazione; paradossalmente, svolgono un’opera che forse oggi il patriarca e la gerarchia ortodossa non sarebbero in grado di realizzare, costringendo, con la radicalità imposta dal trovarti davanti la vita e la morte, a decidere che cos’è veramente essenziale nella vita, e quindi, che consistenza ha la fede.

In che cosa consiste la sfida odierna? Me ne sono resa conto quando ho cominciato a ricevere inviti da portali online, emittenti radio e televisive ortodosse e protestanti a parlare di come i cristiani vivano l’emergenza del Covid–19 in Italia. La gente ha bisogno di una speranza – non semplicemente di essere convinta a rimanere in casa per paura – ma di un significato anche in questa reclusione, oppure nel rischio quotidiano del lavoro per chi assicura i servizi essenziali. E i cristiani stanno improvvisamente scoprendo di poter essere veicoli di questo significato, di avere la missione di “trasformare la vita intera in liturgia”.

L’ha sottolineato in questi giorni padre Aleksej Uminskij, un parroco moscovita, ricordando “le parole rivolteci da san Pietro ‘Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale’ (1Pt 2,9). Così dicendo, egli indica che ogni cristiano, indipendentemente dal fatto di essere presbitero o vescovo, è insignito del sacerdozio, uomo o donna che sia. Ciò significa che gli è donata la grazia divina di celebrare la propria liturgia: di pregare Dio nella sua casa, nella sua Chiesa domestica”. Mai la Chiesa ortodossa aveva finora riscoperto con tanta essenzialità e profondità la vocazione del laico, cioè del battezzato, la sua identità e missione: aperte o chiuse che siano le chiese, noi siamo templi viventi di Dio, “piccola chiesa” chiamata a illuminare il mondo.

“Quanti di noi cristiani – continua padre Aleksej – erano abituati al fatto che niente dipendesse da loro. Se si sentivano andavano in chiesa, altrimenti non ci andavano. Se si sentivano si preparavano per fare la comunione, altrimenti non la facevano. Quanti di noi non si rendevano pienamente conto della preziosità di queste cose nella nostra vita. Fino a un certo momento. Ebbene, oggi questo momento è arrivato. Il momento della presa di coscienza: che cosa significa per me la preghiera? Che cosa significa per me la Chiesa? Che cos’è la liturgia?.. Non siamo Chiesa solo quando ci riuniamo per pregare in chiesa… Siamo Chiesa perché siamo il Corpo di Cristo e perché gli apparteniamo in ogni luogo, in ogni tempo, perché siamo il popolo che Egli si è scelto”.

Mentre i cattolici sono ormai entrati nella Settimana santa, in questi giorni gli ortodossi vivono l’ultima settimana di Quaresima, che precede la domenica delle Palme. Una settimana in cui un motivo costante della liturgia è la malattia e la morte di Lazzaro, di cui sabato prossimo la Chiesa orientale celebrerà la memoria della resurrezione. In questa settimana, a partire dal lunedì, i testi liturgici “monitorano” giorno per giorno l’evoluzione della malattia, la morte e la sepoltura di Lazzaro – quasi come i bollettini medici e le statistiche del contagio del coronavirus che ci siamo abituati a leggere e ad ascoltare quotidianamente con apprensione e speranza. Gesù sale a Gerusalemme, verso la sua ora, trovandosi continuamente faccia a faccia con la malattia e la morte dell’amico, ricevendo giorno per giorno notizia della “debolezza mortale” che conduce inevitabilmente Lazzaro – l’umanità – nel sepolcro. Un sepolcro che sarà il preannuncio della resurrezione.

Anche noi, seguendo Cristo nel suo salire a Gerusalemme, abbiamo la grazia di poter intravvedere, nelle circostanze dei tornanti della storia e nelle testimonianze di umanità trasfigurata dalla fede, l’albore della Pasqua.

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