L’arte di cambiare visione

- Giuseppe Frangi

Se tante volte nelle settimane della crisi si è ripetuto il mantra del “nulla sarà come prima”, tocca innanzitutto all’arte e alla cultura spingere in questa direzione

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Pieter Bruegel il Vecchio, Trionfo della morte (1562), particolare

I musei riaprono, i teatri timidamente mettono fuori la testa, i cinema riaccendono le luci. C’è di che essere contenti di questo lento ritorno alla vita. Ma quando si parla di arte e di cultura è inevitabile porsi una domanda più ambiziosa: che cosa l’arte e la cultura sono in grado di proporre a questo mondo uscito dalla tempesta? Ci si può accontentare di cominciare tutto come prima, nel segno di una presunta continuità un po’ consolatoria? O invece la cultura per essere se stessa, cioè per dare speranza e sperimentare nuove necessarie visioni, deve saltar fuori dal passato recente e avere il coraggio di una discontinuità?

Se tante volte nelle settimane della crisi si è ripetuto il mantra del “nulla sarà come prima”, tocca innanzitutto all’arte e alla cultura spingere in questa direzione.

Da questo punto di vista guardare alla storia può essere un esercizio utile: tante volte l’uscita dalle grandi tempeste si è resa possibile grazie al coraggio di cambiare visioni e linguaggi. Prendiamo la celebre pesta nera del 1348, quella del Decameron. Nell’immediato dopoguerra uno storico dell’arte americano, Millard Meiss, aveva pubblicato uno studio per dimostrare come la pittura per superare il trauma dell’epidemia avesse voltato le spalle alla sintassi così solida di Giotto per avventurarsi su strade più delicate e liriche: quelle del nuovo gotico fiorentino, con il suo carattere un po’ metastorico. Probabilmente Meiss in questo giudizio era condizionato dalla stagione storica di cui lui era stato testimone. L’uscita dalla seconda guerra mondiale negli Stati Uniti aveva consacrato l’affermarsi di un linguaggio astratto (i primi dripping di Pollock sono datati 1947); un linguaggio che rappresentava una netta cesura rispetto al passato, ma che dava soprattutto forma ad un bisogno profondo di libertà e insieme anche di spiritualità. Era un qualcosa di mai visto, che avrebbe contagiato pure l’Europa, in uscita dalla guerra: qui il nuovo si affermò nel confronto vivacissimo e serrato tra chi cavalcava il nuovo astrattismo libero e gestuale e chi invece tentava un rinnovamento anche audace della tradizione realistica (e Picasso era il riferimento indiscusso di questo “fronte”).

Ma se si fa un passo indietro nella storia è interessante guardare a come l’arte contribuì a ricostruire una visione dopo la tempesta economica del 1929: in questo caso, anche grazie ad un geniale programma pubblico, il Public Works of art Project, gli artisti avevano proposto grandi immagini murali che stimolavano visioni collettive e coesione sociale. Fu in quel caso un investimento coraggioso (e vincente) nell’arte come energia di cambiamento e ricostruzione.

Personalmente ho sempre in mente l’audacia inaudita con cui Venezia decise di girare la pagina della storia dopo la peste del 1576: si decise la costruzione della Basilica della Salute, in faccia a San Marco. Un segno di ringraziamento come evidenzia l’intitolazione della chiesa, ma anche una manifestazione clamorosa di slancio nel futuro.

Ecco perché, pur essendo oggi contenti di questa ripartenza, non possiamo nasconderci che dalla cultura e dall’arte il mondo si aspetta qualcosa di più che questo piccolo cabotaggio. O forse qualcosa d’altro che non la semplice continuazione dello spettacolo dopo questo lungo intervallo: il coraggio di nuove forme e di nuove avventure.

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