Fra Cristoforo e il nostro Capitol Hill

- Luca Farè

L’America è nel caos. Ma tutta la società occidentale ha smarrito il senso della responsabilità, in cambio del rifiuto dell’imprevisto

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Manifestanti pro-Trump assaltano la sede del Congresso (LaPresse)

Le immagini dell’assalto a Capitol Hill mi hanno molto provocato. È la prima volta che mi capita di assistere a un evento simile nel mondo occidentale. Scene di violenza e guerriglia civile non sono certo nuove, ma il fatto che sia successo lì dove mai mi sarei aspettato che succedesse, nel cuore della democrazia e nel paese economicamente più avanzato, ha scosso l’abitudine con cui purtroppo mi è capitato di assistere a simili eventi. E, come spesso mi succede, qualcosa che perturba da vicino suona come una sveglia e fa aprire gli occhi anche su ciò che penso sia da me lontano. Le violenze sono oltre oceano, ma è come se fossero a un metro, nella città in cui vivo. Riguardano anche me.

Non mi basta prendere le parti di qualcuno, individuare e condannare i responsabili scaricando su di essi colpe e responsabilità. C’è anche questo, ma fermarmi qui non mi è sufficiente per capire come mai percepisco così vicino qualcosa che sta accadendo in una città in cui non sono mai stato. Categorizzare questo evento come meramente politico o sociale non risponde completamente alla domanda che immediatamente mi è sorta: che cosa sta succedendo? Guardando le immagini di Washington mi sono tornate alle mente queste parole pronunciate da Solženicyn nel suo celebre discorso ad Harvard del 1978: “Si può dire che l’Occidente abbia sì difeso con successo i diritti dell’uomo, ma che nell’uomo si sia intanto completamente spenta la coscienza della responsabilità”.

È questo che vedo al fondo di un mare sempre più in tempesta. Si è spenta la coscienza della responsabilità. È un fenomeno che riguarda anche me, non soltanto Trump, Biden o i manifestanti. Io vivo nella società Occidentale, e il solo fatto di esserci immerso non mi rende immune dal decadimento profetizzato dall’intellettuale russo più di quarant’anni fa. Forse, anche per questo non mi sento tranquillo nello scaricare solamente su altri le responsabilità di quanto sta accadendo, di cui gli eventi di Washington sono solo la punta dell’iceberg. Coscienza della responsabilità, del respondeo, della risposta. La manifestazione e la violenza sono modalità di risposta a una realtà, in questo caso l’esito delle elezioni, che non si vuole accettare. La ribellione non è appena all’esito del voto, ma è ribellione al fatto che qualcosa di non previsto possa accadere e stravolgere i piani; le porte che si vogliono sfondare, lo spazio che si vuole invadere non sono appena quelli del Capitol Hill. È lo spazio dell’imprevedibile che si pretende di occupare e controllare. Il non poter dominare la natura degli eventi è ciò che non si vuole accettare. Non mi basta neanche riconoscere e condannare l’evidente irrazionalità di certi comportamenti, perché la risposta, l’azione, razionale o irrazionale che sia, è sempre l’espressione di un bisogno che è genuino nella sua origine. Mi chiedo allora: che cosa cercano quei manifestanti? Di che cosa hanno veramente bisogno?

Mi vengono in mente i ragazzi “ribelli” del film Les choristes, che cambiano e smettono di fare ragazzate non per il law and order imposto dal direttore del collegio ma per la presenza di Clément Mathieu, insegnante di musica che stima i suoi alunni per quello che sono e i talenti che hanno. Jean Valjean ne I Miserabili, che smette di commettere violenze non per la punizione del carcere ma per lo sguardo pieno di perdono del prelato a cui ha appena rubato l’argenteria. Renzo e Lucia, che imparano ad accettare l’ingiustizia grazie alla compagnia di Fra Cristoforo. Il tenente Dan, che smette di urlare contro il cielo dalla barca per gamberi per lo sguardo semplice di Forrest Gump, che gli vuole bene per come è. Il popolo Vichingo, che si civilizza grazie all’incontro con i monaci dopo aver devastato chiese e monasteri. Per tutte queste persone, ribelli appunto, l’imprevisto è stato l’unica speranza, come direbbe Montale. La ribellione in essi è cessata di fronte a qualcuno che ha mostrato loro un’ideale più grande. La risposta al loro vero bisogno è arrivata proprio dall’imprevedibile. Proprio da ciò che oggi si considera la più grande ingiustizia.

Anche io ho il mio Capitol Hill, tutti i giorni l’imprevedibile chiama in causa la coscienza della mia responsabilità, mi invita a rispondere, a prendere una posizione di fronte ad esso. E anche a me a volte capita di pensare che sia sbagliato ciò che non accade secondo i miei piani e mi ci ribello. Forse è per questo che sento gli eventi di Washington così vicini. Essi svelano una condizione comune a tutti gli uomini. Non c’è schieramento o classificazione di uomini in buoni o cattivi che tenga. “Diffidate di tutti coloro che parlano molto della loro giustizia” diceva Nietzsche.

Eppure a tutti noi, anche a quei manifestanti, è data la possibilità di non morire nella nostra ribellione, di non rispondere all’imprevisto con violenza, ma di accettarlo come la sola speranza, o, come disse fra Cristoforo ai promessi sposi, di poter “essere contenti di ciò che accade”.

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