Amicone e io: così rissosi, così fratelli

- Giorgio Vittadini

Il rapporto con Luigi Amicone, scomparso a inizio settimana, insegna che essere amici non vuol dire fare le stesse cose, pensarla allo stesso modo, non litigare mai

luigi amicone
Luigi Amicone

Era un amico vero. Con lui ho imparato che essere amici non vuol dire fare le stesse cose, pensarla allo stesso modo, non litigare mai. Ma mi ci è voluto un lungo cammino per capirlo.

Devo moltissimo a Luigino Amicone. Mi stupisce molto – soprattutto negli ultimi anni – rendermi conto di quanto la mia storia personale, io stesso, sia i rapporti che vivo.

Conobbi Luigino 50 anni fa, quando negli anni del liceo, appena incontrato il movimento di Comunione e Liberazione, ci vedevamo in assemblee cittadine parlando di fede, cultura e politica. Lui faceva il Molinari, una delle scuole in cui le proteste sessantottine erano più violente e dove essere di CL voleva dire rischiare l’aggressione fisica. Insieme a due grandi preti, don Edo Canetta e don Giorgio Pontiggia, per lui un secondo padre, era in prima linea su molte battaglie, cercando di reagire alla violenza fisica e verbale, con la forza della ragione e dell’amore alla libertà che non lo ha mai abbandonato. 

Lo rividi anni dopo al secondo anno di università, quando divenne matricola di scienze politiche. Il suo arrivo, insieme a quello di altri amici (Luigi, Antonio, Onorato, Laura) sconvolse il ritmo della presenza di CL nell’ateneo. Eravamo anche noi reduci del ‘68 e cercavamo colpo su colpo di reagire all’oppressione dell’ideologia, essendo anche noi ideologici. 

Luigino e i suoi amici si accorsero che don Luigi Giussani teneva dei corsi in Università Cattolica. Attratti da quell’uomo, cominciarono a seguire le sue lezioni e a esserne affascinati, iniziando a frequentarlo al di là dei corsi. All’interno della comunità di CL della Cattolica nacque una compagnia originale, in cui la domanda di significato diventava centrale in tanti incontri liberi, in cene e raduni di tutti i tipi, pieni di vita. Io resistetti molto a questa novità, perché nonostante l’incontro con il movimento, il mio era ancora un cristianesimo moralista e funzionalista: valeva quel che si faceva come applicazione coerente con un principio. Niente di più. Ero un tipo solitario, silenzioso e musone, dedito allo studio e alla presenza nei momenti comuni: non sapevo che cosa fosse l’amicizia. 

Luigino e i suoi amici mi conquistarono lentamente vincendo la mia resistenza, strappandomi letteralmente di casa. Mi coinvolgevano in serate per me strane, in cui non si organizzava nulla di particolare, ma si parlava della nostra vita, di ciò che capitava in quegli anni turbolenti intorno a noi. E si parlava della nostra esperienza di fede, in un modo per me nuovo, privato dei contorni moralistici e ritualistici in cui ero abituato a confinarla. 

Grazie a loro conobbi Giancarlo Cesana, Fabio Baroncini e don Luigi Giussani. Cominciò per me una nuova esistenza, che dura ancora oggi, un’avventura di vita, quasi un film, in cui, niente di ciò che capitava intorno a noi e nel mondo ci era estraneo. Luigino era il cuore di quella esperienza, meravigliato continuamente “che la misericordia di Dio sia superiore a ogni immaginazione”, come ebbe a scrivere in una lettera a Giussani. 

Da quella novità di vita nasceva l’impegno costante a cercare il significato del reale anche nella società e nella politica. “La prima politica è vivere”, come titolava un manifesto appeso in università. Oppure “Terroristi non si nasce, si diventa”. E il volume, scritto da Luigino, “Nel nome del niente”, rilettura del ‘68 e del terrorismo sulla base dell’ambizione che ci aveva comunicato Giussani: quella di giudicare i fatti guardando prima di tutto l’esperienza delle persone che li generavano.

E ancora, una curiosità culturale e un’apertura a incontrare chi aveva qualcosa da dire di importante (Luigino incontrò per primo Giovanni Testori).

Eravamo completamente presi dal desiderio di essere presenti, impegnati, visibili nell’arena pubblica. Qualunque occasione era buona. Volevamo fare la differenza: nelle elezioni universitarie e amministrative, nell’aiuto per l’alloggio ai fuori sede, nel rendere più accessibile il materiale universitario. 

Quell’impegno ad “esserci” ci assorbiva completamente. Il bisogno di “affondare le radici”, di costruire le nostre personalità su qualcosa di solido, tramite la fede, passava in secondo ordine. Pensavamo di “atterrare” ma “volavamo” perché il mondo era lì ad aspettarci e non volevamo farlo attendere. 

Questa amicizia con Luigino intorno a Giussani continuò senza soluzione di continuità negli anni dopo l’università, divenendo per me l’energia che mi spinse verso la mia vocazione, il mio lavoro in università, l’impegno sociale nella Compagnia delle Opere. Per lui la nascita della passione per lo scrivere, il giornalismo, la seconda laurea in lettere, Radio Supermilano, il Sabato e, infine, il giornale da lui fondato, Tempi. 

Passando gli anni la frequentazione divenne meno quotidiana, ma non meno intensa. Cominciammo anche a litigare praticamente su tutto: sulla politica, sulla cultura, persino sulla fede, sulla Chiesa, sul movimento di CL. E sono stati litigi privati, ma anche pubblici, a volte violenti: una volta ci insultammo con decine di email con molte persone in copia, finché intervenne sua figlia Lucilla dicendo di smetterla perché eravamo così ridicoli da sembrare il Muppet Show. 

Fino a questo punto sembra la storia normale di tanti che prima sono uniti e amici e poi litigano e si separano. Ma qui sta la vera “stranezza” del rapporto con Luigino: pur rimanendo ognuno sulle sue posizioni, siamo sempre rimasti amici, direi fratelli. 

Ci vedevamo ogni volta che eravamo chiamati dalla vita agli appuntamenti più importanti, come per la malattia di sua figlia che ci ha fatto trovare a pregare insieme sulla tomba di Giussani, o in occasione di discussioni cruciali sulla vita privata o su avvenimenti pubblici.

Ci siamo visti l’ultima volta domenica scorsa, poche ore prima che morisse. Una volta di più ho pensato che la sua vitalità, la sua intensità e la sua libertà nel condividere preoccupazioni e gioie della vita lo rendesse un amico unico con cui era bello stare. Forse ci ho messo troppo a capire quanto fosse importante la nostra diversità. Quanto fosse importante che ognuno facesse la sua strada. E quanto, questo, fosse ciò che rendeva onore alla nostra amicizia.

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