Un Sud senza più la droga dell’assistenza

- Pietro Marzano

Nella sola Campania ci sono 273mila famiglie che percepiscono il reddito di cittadinanza. Più di tutto il Nord. Una dipendenza da curare

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La protesta dei lavoratori Whirlpool di Napoli (Lapresse)

Al capezzale del grande malato di crescita che è il Mezzogiorno sono convocati tra qualche giorno dotti, medici e sapienti per trovare la strada giusta in grado di coniugare l’uscita dalla pandemia con un buono e proficuo uso dei fondi del Piano di Recupero finanziato dall’Europa. Tanto studio ha precedenti importanti, dagli Stati generali di Conte alle audizioni diffuse dei partiti, una strategia che mira a far parlare tutti in modo da creare un minimo di consenso su chi lo ha promosso. In genere poco ne viene, non tanto per la pochezza dei contenuti, quanto per la difficoltà di fare sintesi e tirare le fila di tante eterogenee posizioni.

Certo è che dati sconvolgenti ce ne sono, nel Mezzogiorno. Oltre alle ataviche carenze di spesa denunciate da anni ed al divario sui livelli assistenziali minimi, emerge dall’Inps in questi giorni la cosa più sconcertante. Nella sola Campania ci sono 273mila famiglie che percepiscono il reddito di cittadinanza. Più di tutto il settentrione già nella sola provincia di Napoli, che arriva da sola a quota 166mila nuclei familiari. I trattamenti singoli sono maggiori di un terzo ed ammontano a circa 670 euro ad individuo. Una devastante e mortificante fotografia del tessuto sociale in cui vivono i percepenti ed i loro concittadini. 

Certo la pandemia ha  mostrato l’efficacia di questa misura per alleviare il corpo martoriato della società fatto di persone lasciate fuori dai processi produttivi, persone che, senza questo sostegno, avrebbero scavato ancor di più sotto i propri piedi, giungendo agli ultimi giorni della disperazione, con esiti inimmaginabili. Ma, come ogni oppiaceo profuso senza remore, esso allevia il dolore, ma crea una dipendenza ed un’assuefazione che muta la natura stessa dell’individuo e, quindi, della società a cui si somministra. 

Non è solo la mancanza di cultura del lavoro che diventa dominante e vincente, perché con tutta onestà non si può biasimare chi ottiene un reddito senza lavoro e se ne avvantaggia in un contesto di crisi; è molto più grave l’abitudine che si ingenera negli individui a vedere in se stessi un non valore per il proprio non lavoro. Un incentivo a perpetrare la propria emarginazione. Accanto a questo c’è l’esaltazione di una cultura della vita marginale, un inno alle ataviche capacità di arrangiarsi invitando, nei fatti, a trovare piccoli lavoretti a nero, a rifiutare ogni forma di reale emancipazione poiché, semplicemente, non conviene. Ed infatti, se un percettore del reddito intendesse accettare una lavoro buono e regolare ne avrebbe un beneficio finanziario aggiuntivo di poche centinaia di euro e però uscirebbe dal perimetro degli incapienti a cui le norme assegnano non pochi benefici. Non pagare ticket, asili (quando ci sono), imposte o tariffe, giustificati dalla legge. Avere la priorità per libri scolastici gratuiti, case popolari, ed ogni altro sistema di welfare aggiuntivo basato sul reddito è un plus che percepire il reddito di cittadinanza garantisce. 

Tutto ciò non deve giustificare la rinuncia alla misura, che già era emersa come necessaria ben prima della sua amplissima diffusione, bensì far riflettere su come invertire la strada una volta che la presunta normalità renderà evidente come questa enorme massa di assistenzialismo non sia più tollerabile, non tanto dai conti, quanto dalle società che sono costrette a misurarsi con questo potente anestetico dell’amor proprio e del rispetto di se stessi. Ora per troppe famiglie è conveniente mantenersi ai margini, coprire con un tappeto nero, fatto di redditi nascosti e sottrazione ai propri doveri, la prova esistenza. Tutto per mantenere un supporto minimo che, unito ai risparmi descritti e al reddito non dichiarato, mette o nelle tasche di quelle famiglie una capacità di spesa reale ben superiore a quella che avrebbero impiegandosi o trovando un qualunque lavoro regolare. 

L’emancipazione dell’individuo dalla assistenza è un presupposto per creare la possibile rinascita collettiva del Mezzogiorno, che deve fondarsi su di un comune nuovo fabbisogno civico. Poiché in una società in cui le persone percepiscono reddito senza produrlo viene meno il rapporto di causa effetto con tutti i servizi accessori alla produzione del reddito stesso. Non serve avere trasporti efficienti, poiché non se ne usufruisce per lavorare, non serve avere amministrazioni efficaci, poiché le imposte, anche se alte, sono evase o eluse strutturalmente, e così la verifica democratica, che una società sana opera sui propri gestori, perde di ogni efficacia per chi, alla fine, usufruisce di un supporto garantito aggiungendoci un pezzo di economia illegale. E quelle poche centinaia di euro non dichiarati al fisco mettono interi sistemi familiari più vicini alle illegalità collettive già diffuse in tante aree. 

A quelle tantissime, troppe famiglie che percepiscono un sostegno così strutturato deve essere garantito, e a tratti imposto, un percorso di emersione dall’assistenza strutturale e l’occasione di divenire parte produttiva della società, partendo dai fabbisogni formativi da soddisfare (spesso i precettori sono precocemente  usciti da ogni tipo di formazione) e creare in quei terrori delle nuove forme di impiego di queste rigenerate risorse all’interno di progetti specifici che li emancipino dalla passiva accettazione del “reddito”. Il danno che questa  diffusa iattura sta producendo incide sulla capacità di generare ricchezza e sulle sorti di chi, in questa cultura ormai allevato, la perpetua, costituendo parabole deviate che spesso danno della società in cui essi muovono una rappresentazione distorta come lo specchio in cui si riflettono. Lo Stato è solo un erogatore inefficiente di prebende a cui rivolgersi, offrendo in cambio l’unica cosa che interessa a chi li gestisce. Il proprio foro. E forse, proprio per questo, a troppi, che su quei voti sono nati e campano, non verrà in mente di curare la malattia che hanno aggravato, ma di approfittarne. E così il Mezzogiorno di cui si parlerà nei prossimi giorni rischia di restare schiavo di una massa indistinta di pregiudizi. A salvarlo non saranno tanto i cantieri fatti di calcestruzzo quanto, se li saprà immaginare, quelli fatti di persone capaci che non mancano in quella terra. Non solo dai suoi voti.

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