Cosa imparare dalla tragedia indiana

- Fernando De Haro

Quello che sta accadendo in India è una tragedia, che segna un nuovo fallimento di Modi. Dall’Uttar Pradesh arriva un piccolo ma significativo segnale

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Narendra Modi (Lapresse)

Ci dimentichiamo sempre che ciò che succede in India è quello che accade in una buona parte del mondo, visto che il 18% degli abitanti del pianeta è nato nel subcontinente. Quello che sta succedendo è una tragedia: muoiono e continuano a morire per coronavirus in una terribile seconda ondata nella quale manca l’ossigeno, la gente muore per strada, la differenza tra ricchi e poveri diventa più netta e il virus infierisce, soprattutto, sugli adulti giovani. Il futuro della pandemia dipende in larga misura da quanto succede in questo Paese di 1,3 miliardi di abitanti. Il Paese dai colori infiniti, il Paese più religioso dove in non poche occasioni la religione si trasforma in una fonte di discriminazione.

Con lo strano credito che si dà in Occidente a Modi abbiamo finito per credere alla sua versione, quella del Presidente della più grande democrazia del mondo, massimo esponente di un induismo identitario molto pericoloso, che a Davos, lo scorso gennaio, dichiarò che in India il Covid era sotto controllo. Ora sappiamo che i morti ufficiali superano largamente i 200.000 e che quelli reali possono arrivare al milione, che in molte località non c’è sufficiente legna per cremare i morti. Sappiamo poco di più, perché il governo di Modi e gli Stati dove governa il suo partito (BJP) ostacolano la libertà di espressione. Per proteggere chi fa delle critiche è dovuta intervenire la Suprema Corte e la principale associazione dei medici ha chiesto dati affidabili per poter fare previsioni e prendere misure adeguate.

È stato ipotizzato che la forza della seconda ondata abbia a che vedere con la variante B.1.617., già conosciuta come la variante indiana della doppia mutazione. È probabile che questa variante sia rilevante, ma non è chiaro in che misura, né è chiaro, come segnalato da alcune fonti, se contro questa mutazione sia valido il vaccino AstraZeneca, il più utilizzato nel Paese. Siamo in uno di quei momenti, frequenti da più di un anno, nei quali il livello della conoscenza non è sufficiente per trarre conclusioni.

Quello che è chiaro è che anche nella lotta contro il Covid, come per tanti altri aspetti, la politica di Modi è stata disastrosa. Il Presidente nazionalista, che ha innescato la strumentalizzazione dell’induismo con la teologia politica dell’Hindutva, ha fatto esattamente il contrario di ciò che andava fatto. Durante la prima ondata ha imposto un isolamento molto rigoroso, che ha reso impossibile la sopravvivenza dei più poveri, ma poi ha cambiato strategia. Le elezioni in cinque Stati lo hanno indotto ad appoggiare una mobilità di massa, con concentramenti numerosi, per mantenere il potere. Si sono tenute partite di cricket senza nessuna misura di sicurezza e feste religiose in cui tre milioni di fedeli si sono bagnati insieme in alcuni fiumi.

I più ottimisti sostengono che Modi aveva il tempo, i mezzi e l’esperienza per salvare il Paese dall’inferno. Da troppi anni sta facendo una politica settaria e le sue priorità sono sempre state il culto della personalità e la persecuzione di minoranze come quelle musulmana e cristiana.

Con il Covid, l’India torna a essere ciò che è sempre stata: un Paese spietato con i poveri, per i senza casta, i dalit. In linea di principio, l’India ha una rilevante capacità di produzione dei vaccini, ma in realtà questa produzione è monopolizzata da due istituti. Ottenere l’immunizzazione è più facile per chi può permettersi di pagare i prezzi elevati della sanità privata, che rappresenta più del 70% del servizio sanitario.

Lo Stato dell’Uttar Pradesh è uno dei più colpiti dalla pandemia e lì si è avviata un’interessante iniziativa delle congregazioni di religiosi cattolici, che si sono unite a musulmani e indù per promuovere le donazioni di sangue. Una piccola goccia nel mare, che ha tuttavia il valore di introdurre qualcosa di differente nel mezzo di una crisi senza precedenti. Questi religiosi non hanno voluto sprecare la crisi, che per loro si è trasformata in un’occasione per affermare il valore della persona, per mostrare che la vera religione è carità, non nazionalismo identitario.

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