Stati Uniti, occorre un sacrificio

- Riro Maniscalco

Il dramma degli emigrati di Haiti, entrati negli Usa attraverso il Messico e arrivati in Texas, esorta gli States a tornare com’erano: accoglienti

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Emigrati haitiani guadano il Rio Grande dal Texas verso il Messico (LaPresse)

MINNEAPOLIS – Adesso non c’è più nessuno. Tutti portati via da sotto quel ponte, spediti presso qualche Border Protection Processing Center, che sono una sorta di centri anagrafici e di prima accoglienza per immigrati. Li potremmo anche chiamare campi di raccolta (se non di prigionia). Lì oggi, e chissà dove finiranno domani. E già giornali e tv sembrano essersi dimenticati di tutto.

Ci sono 3.112 chilometri tra Haiti e Del Rio, cittadina di frontiera del Texas, al confine col Messico. Oltre 10mila haitiani hanno trovato il modo di percorrere tutta quella distanza ed arrivarci in un mese pieno di peripezie, attraversando chissà quanti paesi, patendo fame, sete, angherie, furti, violenze.

Una lunga fuga dalla loro terra povera e ferita, una terra tartassata dalla natura e dalle interminabili, ininterrotte lotte tra uomini che hanno segnato il paese sin dalla conquista dell’indipendenza nel 1804. Indipendenza dalla Francia colonialista e schiavista, un’indipendenza che non è mai riuscita a portare frutto. Strangolato tra terremoti (i più recenti, terribili, nel 2008, 2010 e 2021), persecuzioni politiche, clima di terrore, omicidi (da ultimo il presidente Jovenel Moise, lo scorso luglio) e povertà endemica, chi può se ne va, e chi non può spende la sua dura esistenza cercando di fare carte false per andarsene.

Cosi anche gli haitiani, uninvited guests, sono arrivati a bussare alle porte degli Stati Uniti. Alla ricerca di una vita che possa chiamarsi tale, così come tanti prima di loro quando ancora l’America fanciulla in un modo o in un altro accoglieva tutti. Gli haitiani arrivati oggi si sono trovati davanti l’ostacolo insormontabile di quel muro che l’Amministrazione Trump ha tanto voluto (e parzialmente costruito), ma anche di un altro muro, apparentemente invisibile, quello eretto (inaspettatamente?) dall’Amministrazione Biden. Tredici, forse 14mila esseri umani di tutte le età assiepati sotto un ponte di confine, baraccati senza baracche, senza niente. Duemila già spediti indietro, espulsi, ricacciati al punto di partenza. Condizioni invivibili sotto quel ponte ingolfato dal 17 settembre. Non si può andare avanti, non si vuole tornare indietro.

“Non mi assocerò alla decisione disumana e controproducente degli Stati Uniti di deportare migliaia di rifugiati haitiani”. Cosi ha scritto qualche giorno fa nella sua lettera di dimissioni Daniel Foote, inviato speciale dell’Amministrazione Biden ad Haiti. Nessuno se l’aspettava questo tsunami umano, neanche quelli che per mestiere aspettano gli immigrati e ne studiano i movimenti in giro per il mondo.

Ora quell’accampamento della vergogna non c’è più, ma resta evidente che nessuno sa cosa fare, da che parte cominciare. Anche le forze dell’ordine più che tenere alla larga i giornalisti non hanno fatto. Del resto, cosa si sarebbero dovute inventare? L’unico ordine era “Non far passare”. “Non far passare” …dov’è quel “more humane approach”, quell’approccio più umano che si dice si vorrebbe creare? Quando arriva il dunque le promesse elettorali mostrano tutta la loro inconsistenza e con loro chi le ha fatte. Nessuno sa cosa fare, nessuno sa cosa dire. Anzitutto Joe Biden, che messo sotto pressione dalla drammaticità di quel che accade, dall’Afghanistan al Texas, sembra si stia specializzando in non saper cosa dire. Tutto quello che l’Amministrazione è stata capace di fare rispetto alle vicende di Del Rio è barricarsi dietro le norme anti-Covid per giustificare la chiusura del confine. E poi, oggi, criticare il comportamento della polizia di confine per il trattamento violento di alcuni immigrati. Se violenza c’è stata, che si perseguano i violenti.

Ma tutto questo è solo un modo grossolano per evitare di affrontare il cuore della questione. Al di là delle fastidiose e faziose chiacchiere che ognuno può fare, che siano politici, giornalisti e commentatori vari, in una situazione drammatica come questa le stereotipie dei buoni e dei cattivi non reggono. Non c’è il partito che “vuol bene” agli immigrati e quello che sbatte loro la porta in faccia. E non ci si può dimenticare – anche volessimo – che nella storia del nostro paese nessun presidente ha deportato tanti immigrati quanti Barack Obama. Parliamo di oltre due milioni e mezzo.

A Del Rio, laggiù in quell’angolo di Texas, solo qualche congregazione religiosa locale si è impegnata in opere di misericordia corporale, facendo il possibile (ed anche di più) in questa cittadina di 36mila abitanti, quasi tutti ispanici, quasi tutti immigrati o figli di immigrati. Me li immagino i cittadini di Del Rio a guardare questi 10mila esseri umani sofferenti e speranzosi, guardarli e sentire il cuore spaccato in due: vedendo riflessi in quei volti i loro stessi volti e quelli dei propri genitori prima di loro, anni fa, ad un passo da quella linea di confine. Ma vedendoci riflessa anche la paura di perdere almeno qualcosa di quanto faticosamente conquistato e costruito per far posto a questi inattesi ospiti.

Perché tutti, da Biden a noi stessi, capiamo che al di là di leggi, norme, provvedimenti ed iniziative occorre un sacrificio. Ognuno per quello che è e per quello che è chiamato a fare. Un sacrificio fatto con gratitudine e amore per non ignorare chi ha ricevuto meno di noi e bussa alla nostra porta.

God Bless America!

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