DA HAITI/ “Gente alla fame e senza più speranza, ecco dove è stato ucciso Moïse”

- int. Fiammetta Cappellini

“L’uccisione del presidente Moïse è il frutto di una situazione di gravissima instabilità sociale e politica. Haiti sta morendo di fame”

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Caos ad Haiti dopo l'uccisione del presidente Moise (LaPresse)

La polizia di Haiti ha ucciso quattro uomini ritenuti autori dell’agguato costato la vita al presidente Jovenel Moïse e ne ha arrestati altri due. Sull’identità degli aggressori viene però mantenuto riserbo, così come non è ancora stata fatta luce sul movente dell’attentato. Moïse, 53 anni, è stato assassinato mercoledì da un commando di uomini che ha fatto irruzione nella sua abitazione, ferendo gravemente anche la moglie Martine, trasportata in condizioni gravi in un ospedale di Miami (Usa) e ora fuori pericolo.

Sul tragico episodio non ci sono molte informazioni, se non che il commando potrebbe essere stato composto da mercenari stranieri, in quanto i testimoni li hanno sentiti parlare in inglese e in spagnolo, mentre la lingua ufficiale del piccolo paese è il francese.

Figura controversa, Moïse deteneva il potere dal 2017 dopo un’elezione definita “fraudolenta” e dal gennaio 2020 ha governato per decreto e senza la presenza di un parlamento eletto. Nuove elezioni erano previste il prossimo 26 settembre. Da anni Haiti è preda della criminalità organizzata che si finanzia con rapimenti ed estorsioni, mentre la corruzione dilaga in tutte le istituzioni e la popolazione vive in uno stato di povertà estrema. All’inizio dell’anno si era sparsa la voce di un tentativo di colpo di stato. Non è chiaro se il suo omicidio sia un tentativo di sovvertire il potere o un atto criminale finito male nel tentativo di rapirlo.Il Sussidiario ne ha parlato con Fiammetta Cappellini, responsabile dell’Ong Avsi in Haiti.

Leggiamo che da tempo il paese in mano a bande criminali e che l’autorità dello Stato è quasi assente. Ritieni che l’omicidio sia opera di queste bande criminali?

Allo stato attuale è molto difficile dire che cosa esattamente sia successo e dare delle letture politiche degli eventi. Inoltre noi come Ong impegnata negli aiuti umanitari non abbiamo questo compito, di dare delle letture socio-politiche degli eventi drammatici di queste ore. Quello che possiamo dire è che il paese è instabile già da tempo e in preda alla violenza, violenza nella quale le bande armate hanno giocato un ruolo importante nei fatti di sangue degli ultimi mesi.

Non potrebbe spiegare quanto accaduto?

Non è sufficiente per attribuire delle responsabilità in un momento in cui mancano informazioni di base. Dalle informazioni in nostro possesso non abbiamo motivo di ritenere che l’attacco al presidente sia stata opera esclusiva o principale delle bande armate. Escludiamo che questo assassinio potesse avere come obiettivo il rapimento, non è sicuramente questa la spiegazione.

Il presidente ucciso si era autoconferito il prolungamento del potere in modo autoritario e contro la legge: è possibile che a ucciderlo siano stati oppositori politici? A febbraio le forze di sicurezza sventarono un tentativo di colpo di Stato e arrestarono 23 persone.

Certamente gli eventi di sangue di oggi hanno una matrice nel grave clima di instabilità e conflitto socio-politico del paese, ma non c’è un legame diretto con l’evento del tentativo di colpo di Stato di febbraio, che era stato reso noto solo dal presidente e dal suo entourage. Un legame tra i due eventi è da ricercarsi solo nella grave instabilità che vive il paese.

Com’è attualmente la situazione?

Haiti attraversa un momento di crisi economica e sociale gravissima, una spirale involutiva che dura ormai da tre anni. Gli indicatori economici mostrano che oltre la metà della popolazione è sotto la soglia estrema della povertà, la gente è alla fame. Certamente anche questo degrado della situazione economica influisce sull’instabilità del paese, ma direi che ne è la conseguenza e poi ne diviene anche la causa. Avsi osserva che soprattutto la popolazione più vulnerabile è allo stremo da mesi, ci preoccupa che la popolazione viva in condizioni inaccettabili e che il mandato della cooperazione internazionale e degli aiuti umanitari sia diventato l’assistenza a quasi la totalità della popolazione. C’è bisogno di uno sforzo nazionale più ampio, altrimenti la situazione potrebbe ulteriormente peggiorare nei periodo a venire.

Ci sono manifestazioni di protesta?

I movimenti di protesta della popolazione sono stati vari sia contro la corruzione, sia per il percorso non democratico che il paese attraversa da oltre un anno. Le proteste sono aumentate, la popolazione non ha più speranza, vive alla giornata.

Gli Stati Uniti e l’Onu non sono mai intervenuti ad Haiti per risolvere la situazione?

Negli anni passati è stata dedicata ad Haiti tanta attenzione, dieci anni fa, in occasione del terremoto, si è vista tanta solidarietà. Ma ci sono problemi endogeni storici molto radicati che non possono essere risolti dall’esterno. Ciò nonostante la grave, recente crisi di Haiti di questi ultimi tre anni ha trovato poca attenzione internazionale, perché l’attenzione del mondo è altrove, ci sono tante gravi crisi e la pandemia ha spostato l’asse dell’interesse. Noi però vogliamo dire che Haiti non può essere abbandonata dall’attenzione internazionale perché da sola non può trovare una soluzione ai suoi problemi. Speriamo che il mondo rinnovi l’interesse e la volontà di accompagnare Haiti sostenendone un percorso democratico e di aiuto alla popolazione vulnerabile.

Recentemente sono stati rapiti anche suore e sacerdoti; la Chiesa è sotto attacco?

I recenti rapimenti anche di religiosi non devono far pensare che la Chiesa sia sotto attacco perché non è di questo che si tratta. Gli haitiani sono un popolo molto religioso, generalmente i religiosi sono molto stimati dalla popolazione e il fatto che anche loro siano stati vittime di atti di violenza dà una misura della deriva che il paese sta attraversando per arrivare a toccare anche queste persone.

Riuscite a svolgere le vostre attività?

Avsi è sempre rimasta operativa in questi mesi, i momenti in cui abbiamo dovuto sospendere le attività a causa di disordini sono stati rarissimi. Osserviamo però dei protocolli e delle misure di sicurezza strettissimi a protezione prima di tutto dei nostri beneficiari e poi dei nostri operatori. Gli interventi che stiamo svolgendo sono così importanti per la popolazione che cerchiamo di fare tutto il possibile per essere sempre in grado di raggiungere le comunità dove siamo impegnati. Il nostro rapporto con la popolazione è profondo e storico, siamo sul terreno e non lasciamo sole le persone più vulnerabili.

(Marco Tedesco)

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