La reazione dannosa al #MeToo

- Fernando De Haro

La lotta contro gli abusi ha introdotto in molti ambienti una specie di cultura della “profilassi” nelle relazioni umane

Incertezza e folla
Pixabay

La pandemia ha aggravato uno dei grandi problemi di questo inizio di secolo: la violenza sessuale. Nel mondo, un terzo delle donne ha subito questo tipo di aggressione nella propria vita e l’isolamento da Covid ha aumentato gli abusi in ambito famigliare. Più di sei anni fa, lo ricordiamo tutti, esplose il movimento #MeToo come conseguenza del caso Weinstein. È stata una reazione che è servita a sensibilizzare sulla questione, specie in Occidente. Abbiamo verificato quanto sia frequente, perfino in ambienti teoricamente molto moderni e sviluppati, l’uso del potere per ottenere favori sessuali. 

Il modo in cui ha operato #MeToo nella sua lotta per una giusta causa non è stato esente da polemiche. C’è chi lo ha accusato di aver esagerato, generando un neo-puritanesimo. La lettera firmata da Catherine Deneuve e più di cento donne accusava il nuovo movimento di incitare “all’odio verso gli uomini e la sessualità” e di “parlare di liberazione e protezione delle donne, solo per condannarle a un eterno stato di vittimismo”. La questione non può essere banalizzata, perché ci sono molte, moltissime donne che continuano a essere vittime.

È stata però evidente la reazione pendolare che si è verificata negli ultimi anni. La lotta contro gli abusi ha introdotto in molti ambienti una specie di cultura della “profilassi” nelle relazioni umane. Già nel 2018, al World economic forum, Silvia Ann Hewlett, direttrice di un centro per lo sviluppo dei talenti, presentava una ricerca impressionante: il 64% degli uomini con elevata esperienza professionale evitava di avere rapporti con donne giovani nelle proprie aziende per paura che qualche loro gesto potesse essere mal interpretato. Una simile reazione impedisce la trasmissione di conoscenze ed esperienze molto utili per lo sviluppo delle imprese.

Il sospetto e la paura si estendono alle relazioni troppo intense, alle preferenze personali, alle storie condivise. Per “prevenire” il pericolo si cerca una neutralità soffocante e irreale. E tutto questo in un momento nel quale la solitudine si è trasformata in un’epidemia. Il virus della solitudine narcisista, conseguenza di un’impotenza affettiva, è già endemico. Un brutto momento per lo sviluppo di ciò che, nel loro famoso saggio The Coddling of the American Mind (Le coccole della mente americana), Haidt e Lukianoff descrivevano come una cultura nevrotica e puritana, dominata dal panico morale. Una cultura che tenta di preservare da ogni possibile danno del rapporto con il diverso. Una cultura che abusa dei trigger warnings (avvertimenti sui contenuti) per evitare che si diventi vittime. Una cultura, insomma, che pretende di costruire safe spaces (spazi sicuri) dove sia impossibile subire qualsiasi tipo di microaggressione o gli screzi che inevitabilmente nascono quando i rapporti con una persona si prolungano nel tempo.

La via di fuga davanti a questa solitudine sterilizzata è il boom crescente del mercato degli appuntamenti attraverso le App. Uno studio dell’Università dell’Ohio di qualche settimana fa metteva in evidenza come l’uso compulsivo e ansioso di queste applicazioni è direttamente proporzionale all’isolamento dei giovani. Chi vuole qualcosa di più “soft” può trovare sul  New York Times una guida per fare amicizie.

Questi sono tempi nei quali sarebbe impossibile una corrispondenza come quella che, nel secolo XVI, intratteneva la spagnola Teresa d’Avila, Dottore della Chiesa, con una delle religiose della sua congregazione: María de San José. È vero che erano due donne, e questo presume un’attenuante, ma Teresa era la superiora di Maria e le scriveva: “Anche se le volevo molto bene, ora la amo di più e questo mi fa paura. Desidero molto vederla e abbracciarla”. Per aggiungere in un altro momento: “Io le dico che, se mi vuole bene, mi fa piacere che me lo dica. Questo non deve essere male”. Né aveva alcun problema la santa a esprimere la sua preferenza per la casa dove viveva Maria: “Qui dicono che voglio più bene a quelle di questa casa che alle altre. Ed è la verità, perché da loro ho preso più amore”. C’è poca profilassi in queste parole tanto appassionate. Oggi certamente farebbero scattare molti allarmi. Il che non ha impedito che la sua biografa comunista, Rosa Rossi, la canonizzasse su un altare laico.

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