Quello scrittoio del Presidente

- Gianni Credit

La scena politica, e non solo, italiana è dominata dall’elezione del capo dello Stato. Può essere opportuno ricordare Luigi Einaudi

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Il palazzo del Quirinale (LaPresse)

“Lo scrittoio del Presidente” è il titolo di un libro di scritti e memorie pubblicato da Luigi Einaudi appena concluso il suo mandato al Quirinale: il primo di sette anni pieni, su voto del primo Parlamento eletto dopo il varo della Costituzione repubblicana. Forse non è inutile ricordare in queste ore chi fosse Einaudi e perché toccò a lui; e di quali carte fosse ingombro il suo “scrittoio”, prime e dopo la sua ascesa alla Presidenza.

Einaudi era un economista liberale (non solo liberista), ma il suo pensiero si era misurato in gioventù con quello socialista umanitario e per tutta la vita si nutrì di un profondo senso religioso, innervato nel cristianesimo cattolico. Fu il maggior produttore italiano di idee di politica economica nella prima metà del Novecento e il più rispettato fuori d’Italia  Era già senatore quando – cent’anni fa – il fascismo prese il potere: Einaudi non vi aderì, fu poi tra i fondatori del Movimento federalista europeo e dovette riparare in Svizzera.

Prima del 25 aprile 1945 viene nominato Governatore della Banca d’Italia: l’istituto di emissione di una moneta distrutta insieme a un’intera economia-Paese. È ancora in carica quando, tre anni dopo, viene eletto oresidente della Repubblica. Nella primavera del 1948  è – in doppio incarico “ad personam” – anche vicepresidente del Consiglio: un “superministro” dell’Economia a fianco del Premier Alcide De Gasperi. 

Lo “scrittoio” di Einaudi, in quegli anni, è costantemente zeppo di dossier economici drammatici, quasi disperati: quelli di un Paese vinto e privo di tutto (prodotto adeguato, moneta credibile, finanza pubblica efficiente, sistema produttivo dinamico, mercato del lavoro funzionante). Quando lascia il Quirinale e lo “Scrittoio” (seguito da una raccolta di “Prediche inutili”), l’Italia è invece un Paese in gran parte ricostruito, già proiettato verso il boom. Non era scontato ed è stato certamente merito anche di Einaudi, come di altri uomini di governo di allora. Senza di lui – soprattutto senza una reputazione internazionale che allora nessun altro leader italiano possedeva – è però certo che sarebbe stato tutto meno facile.

Non è difficile sovrapporre l’identikit di Einaudi a quello di Mario Draghi: l’economista e banchiere centrale che guida il Paese come Premier in una congiuntura socioeconomica difficilissima. E che in queste ore è candidato reale alla presidenza della Repubblica. Lo era fin dal primo giorno anche Einaudi, ma emerse solo al quarto scrutinio: quando lo stesso De Gasperi si convinse che l’Italia di allora non ne poteva fare a meno. Tuttavia si può star certi che se non fosse stato eletto al Quirinale (fra le forze politiche c’era l’ipotesi iniziale di confermare Enrico De Nicola, Capo provvisorio dello Stato dopo il referendum istituzionale) Einaudi avrebbe continuato a lavorare tranquillamente al suo “doppio scrittoio”, in via Nazionale e a Palazzo Chigi: al servizio del suo Paese.

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