Eliot, Don Giussani e Pavese: l’infinita partita tra desiderio e potere

- Emilia Guarnieri

Di fronte alla guerra in Ucraina, una posizione astratta non ci basta: vogliamo aiutare e abbracciare. Ci guidano esperienze di bene già in atto

Trans Ucraina
Profughi ucraini passano il confine in Polonia (LaPresse)

Qualche sera fa, al termine di una delle tante iniziative a sostegno dei bisogni del popolo ucraino, l’amico che aveva organizzato la serata on line mi ha detto: “io vorrei tanto lavorare con gente con questa umanità al servizio degli altri, sono stufo di stare con gente arrabbiata super ideologica”. Quelli che lo avevano colpito e con cui voleva lavorare sono gli operatori di Avsi e di altre associazioni che, in collegamento da Ucraina e Romania, avevano raccontato cosa fanno, come accolgono, quali sono i bisogni cui ogni giorno devono rispondere e con stupore e gratitudine parlavano anche della passione di tante persone del luogo che si mettono a disposizione per gestire le strutture di accoglienza e facilitare la comprensione linguistica.

A loro aveva fatto eco un operatore dall’Italia, impegnato sul fronte dell’accoglienza di ucraini già arrivati nel nostro paese. “Sono donne – diceva – che possono da subito cominciare a lavorare e bambini che possono andare a scuola. Ma hanno bisogno di essere sostenuti in questo percorso. Ci sono famiglie che li accolgono, ma l’accoglienza non è solo dare servizi, i servizi sono strumenti per fare compagnia a gente che sa che mariti, figli, fratelli, sono ancora là a combattere. Ci vogliono persone che possano abbracciare, accarezzare questa sofferenza. C’è una umanità che deve essere messa a disposizione perché possa arrivare a queste persone”.

Ma cos’è questa umanità? Sia quella che l’altra sera aveva colpito il mio amico, sia questa che vive tra tante famiglie e che può essere messa a disposizione di chi ora ne ha bisogno? È l’evidenza di un’esperienza che quando si ha la fortuna di incontrare si riconosce, ci si attacca e spesso si cerca di scoprire da dove arriva per poterla seguire. Perché è innegabile che in mezzo a tutta la violenza da cui siamo circondati, emerge questo mare di umanità, di accoglienza, questa invincibile esperienza di bene .

Ma allora dobbiamo cinicamente affermare che ci sono due categorie di uomini, quelli buoni e quelli cattivi? Quelli che uccidono e quelli che accolgono? Tragicamente fissati ognuno nel suo ruolo, senza possibilità alcuna di cambiamento? Di fronte a una questione così grave ed attuale possiamo andare a scomodare un grande, che di uomini e di lotte drammatiche se ne intendeva, Thomas Stearns Eliot. “Il mondo rotea e il mondo cambia, ma una cosa non cambia. In tutti i miei anni una cosa non cambia. Comunque la mascheriate, questa cosa non cambia: la lotta perpetua del Bene e del Male”.

È una lotta che avviene sulla grande scena della storia, come anche in questi giorni vediamo, ma che, come ben sappiamo, ancor prima accade dentro di noi, sempre combattuti tra seguire il desiderio di bene che alberga nel cuore o cedere alla tentazione del potere. Grande questione quella del potere, che tutti conosciamo, o perché, subendolo, facciamo esperienza di quanto possa essere violento, o perché, esercitandolo sui nostri simili, siamo costretti a girarci dall’altra parte per non vedere il desiderio di bene che c’è in noi e negli altri. Sì, perché, come don Giussani aveva detto ad Assago nel 1987, la partita si gioca proprio tra potere e desiderio. “Se il potere mira solo al suo scopo, esso deve cercare di governare i desideri dell’uomo. Il desiderio, infatti, è l’emblema della libertà”.

Sembra quasi incredibile che questo fattore così apparentemente fragile, come il desiderio, possa essere la diga alla violenza del potere e il punto di forza della nostra libertà. Ma forse un motivo c’è. Perché il desiderio è il punto di contatto tra me e l’infinito, è il punto in cui sperimento l’intuizione di un Oltre di cui ho bisogno per vivere. In mezzo al diluvio con cui gli dei stanno punendo gli uomini, Pavese, nei Dialoghi con Leucò, fa dire a una Ninfa: “Vedrai che il mondo nuovo avrà qualcosa di divino nei suoi più labili mortali”. Abbiamo bisogno di questo divino, così più buono di me da sapermi abbracciare e perdonare, da poter essere l’orizzonte cui la mia libertà può tendere.

È troppo dirsi che questo divino abita in quella umanità che aveva colpito il mio amico o in quelle famiglie che accolgono o in tutte quelle persone che quando le incontriamo ci ristorano il cuore? Può essere difficile arrendersi all’evidenza di un tale miracolo, ma sono più di duemila anni che il cuore degli uomini ne fa esperienza.

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