Il cristianesimo che non gioca in difesa

- Fernando De Haro

La comunità cristiana non deve essere un popolo chiuso in se stesso. Occorre però una fede capace di generare vita nuova

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Julián Carrón

Né straniera, né nemica. Due anni prima della sua morte (1986), il grande teologo del XX secolo von Balthasar evidenziava che la Chiesa dovrebbe essere una società con movimento centrifugo, non un popolo chiuso in se stesso. Da qui la convinzione che la Chiesa non deve trovarsi nel mondo moderno come straniera o nemica per comunicare il suo messaggio, ma deve infiltrarsi nel mondo per assimilare ciò che è valido nei nuovi sistemi. 

Il filosofo svizzero, lungi dal lamentarsi della situazione nel mondo contemporaneo, la considerava un’opportunità per recuperare aspetti dimenticati del cristianesimo. E così assicurava che tutte le novità della società possono ricordare alla Chiesa quali tesori, dimenticati o non ancora scoperti, essa possiede in se stessa. Era tutt’altro che un atteggiamento difensivo che dava per scontato il contenuto della fede. 

Anni prima, altri avevano già mostrato la stessa sensibilità, spiegando che il cristianesimo non è definito da un contenuto fisso di posizioni che devono essere difese, come antitesi al mondo. Piuttosto ha la caratteristica di prendere le cose nuove dando loro un orizzonte più vero, più autentico. Questo spirito è quello che si ritrova in “Credere”, libro che raccoglie una conversazione tra Umberto Galimberti e Julián Carrón. 

Galimberti ha la freschezza che il continuare a fare terapia gli dà. Lo psichiatra non è interessato a sapere se Dio esiste o no, ciò che gli interessa è se Dio fa la storia. E la sua risposta conclusiva è negativa. Da qui nasce il nichilismo: il futuro ha smesso di essere una promessa, tutto è dominato dall’angoscia. I giovani non si rivolgono alle droghe cercando piacere quanto piuttosto un’anestesia. I loro problemi non sono causati dal sesso, come decenni fa, ma dalla mancanza di significato. Tutto questo accade in un mondo in cui l’uomo ha smesso di essere soggetto della storia: la tecnica ci strumentalizza, ci dice cosa dobbiamo fare. Facendo eco ai sentimenti di molti, lo psichiatra dice che non si fida della ragione. In realtà, la dea dell’Illuminismo è solo un insieme di regole che rende prevedibile il comportamento umano. 

Queste sono, secondo Galimberti, le “novità” che definiscono il nostro tempo. Carrón non assume una posizione difensiva. Accetta che la secolarizzazione sia un dato di fatto, ma la considera un’opportunità per interrogarsi sulla vera natura del cristianesimo, per superare la sua riduzione all’etica o alla spiritualità. Il sacerdote spagnolo non accetta che il bisogno di significato debba necessariamente generare disperazione. Il potere vuole effettivamente ridurre la persona ad algoritmo. Ma questa pretesa è destinata al fallimento perché la grande influenza della tecnica non può mettere a tacere l’io che è in ognuno di noi, un io apparentemente insignificante, impotente, quasi inutile, ma irriducibile. L’uomo sarà sempre uomo. 

Questa diversa posizione sul valore storico dell’io ha origine dal modo con cui i due protagonisti della conversazione guardano alla ragione. Di fronte al pessimismo di Galimberti, Carrón vede possibile “salvare la ragione” purché si guardi oltre gli stretti limiti del razionalismo, se si ammette che la ragione può conoscere attraverso il metodo della “certezza morale”, attraverso la convergenza dei segni. 

Forse la cosa più interessante di ciò che Carrón sottolinea è che il recupero dell’io non è automatico. Non una fede qualsiasi può salvare la ragione, cioè l’umano. Il fideismo cerca sempre di svuotare il valore del cristianesimo. Il suo giudizio su questo punto è di fortissima attualità. Se il desiderio di significato è codificato in una forma di religiosità definita dall’uomo (la famosa self religion americana), la follia collettiva non si ferma. Anche il cattolicesimo può diventare una self religion (questo non lo dice Carrón, ma è facile intuirlo). È necessario fare esperienza del fatto che la fede genera non una spiegazione, ma una vita più vivibile che ha la sua origine in una Presenza incontrabile (è così che Carrón parla di Cristo). Non è utile un cristianesimo qualsiasi, né il cristianesimo etico dell’Illuminismo (che ne ha censurato l’origine), né il cristianesimo che parla tutto il giorno di Cristo ma è incapace di fare la storia. Il futuro del cristianesimo dipende dalla sua capacità di generare persone consistenti, con un io solido in qualunque circostanza. Altrimenti perde la partita, di fatto l’ha già persa in molti ambiti, sopraffatto da sette carismatiche o apocalittiche. 

Carrón, come al solito, si rifiuta di raccontare o usare qualsiasi tipo di potere per comunicare la bellezza della fede. Solo una vita può generare vita. Ciò che conta sono le vite cambiate. Lui stesso spiega alla fine della conversazione, con la sua stessa esperienza, in cosa consiste una vita cambiata. Il rapporto con il carisma di Giussani, essendo già sacerdote, lo invita a fare un movimento di andirivieni: riscopre Cristo e ciò gli permette di amare la sua umanità, gli permette di guardare al suo desiderio senza paura; allo stesso tempo, gli diventa chiaro che senza la sua umanità desiderosa, non può rendersi conto di chi è Cristo, della sua eccezionalità. Da questa esperienza di “andata e ritorno”, che non si può dare per scontata, nasce un cristianesimo all’altezza dei tempi, che non è né sublimazione spirituale, né rifugio sociologico.

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